di Enrico Oliari

I due marò possibili terroristi. Quella che sembrerebbe una boutade giornalistica, in realtà è quanto risulta dalla decisione della Corte suprema indiana, chiamata ad esprimersi su a chi assegnare le indagini e quindi il proseguo del procedimento penale a carico dei due fucilieri di Marina, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone.

I due, lo ricordiamo, sono accusati di aver ucciso nel febbraio 2012 due pescatori indiani scambiati erroneamente per pirati, mentre si avvicinavano con la loro imbarcazione alla petroliera italiana Enrica Lexie sulla quale erano di scorta, al largo delle coste dello Stato indiano del Kerala.

Molte le incongruenze, a cominciare dalla versione dei fatti, in dissonanza fra le parti, per passare dalla traiettoria degli spari, che lascia ancora molti punti interrogativi, ed infine la questione del Tribunale di competenza, cosa che verrebbe determinata una volta appurato se la nave italiana si trovava nelle acque internazionali o in quelle indiane. Certo è che se è possibile per chiunque accedere ad internet e consultare sulle mappe l’esatta posizione di una nave da carico, in quale giorno ed in quale ora, in sedici mesi la magistratura dell’India non ê riuscita a pronunciarsi, vuoi per il palleggiarsi del caso da un tribunale all’altro, vuoi per i continui rinvii per i più svariati motivi, comprese le festività in onore delle molte divinità indù.

Vi è anche il mistero della Olympic Flair, la nave greca molto simile per colore e stazza alla Enrica Lexie che, come ha riportato un rapporto della International maritime organization, poche ore dopo il fatto ha denunciato di aver respinto un assalto di pirati  a dieci miglia dal porto di Kochi: l’imbarcazione aveva inspiegabilmente il sistema di rilevamento Ais spento.

A tutto questo si è aggiunta la pressione interna, con le opposizioni e persino frange della maggioranza pronte a trasformare quello che è stato, se c’è stato, un incidente o comunque un mero fatto drammatico, in un caso politico, ad uso e consumo delle faide fra partiti.

Ed infine il pasticcio internazionale, ovvero lo spettacolo indegno a cui tutti abbiamo assistito, con i due marò in ‘licenza’ in Italia: dapprima i ministro Giulio Terzi aveva annunciato Urbi et orbi che i due militari non sarebbero rientrati in India alla fine della licenza, salvo poi essere incredibilmente smentito all’ultimo minuto dal suo capo, il Primo ministro Mario Monti, il quale, forse per non alzare la tensione fra i due paesi, li ha fatti ripartire, provocando le dimissioni immediate dell’inquilino della Farnesina.

D’altro canto l’India aveva minacciato di arrestare l’ambasciatore Daniele Mancini per aver firmato una sorta di garanzia sulla parola, nonostante l’immunità diplomatica del rappresentante italiano.

Massimiliano Latorre e Salvatore Girone vittime di chissà cosa: qualcuno ci ha messo la mancata fornitura di 12 elicotteri Aw-101 e quindi l’arresto con l’accusa di corruzione internazionale del numero uno di Finmeccanica, Giuseppe Orsi, nel febbraio 2013, ma forse qui siamo noi a navigare nel mare della dietrologia per quello che, ribadiamo, è mero fatto di cronaca. Forse.

Torniamo alle ultime notizie, alla decisione della Corte suprema di Nuova Delhi che, dopo innumerevoli rinvii, ha deciso di lasciare la titolarità delle indagini e quindi il proseguo del giudizio alla Nia, la National Investigation Agency, ovvero l’apparato antiterrorismo, e non passarlo, come sarebbe stato logico, alla polizia criminale, cosa richiesta dai difensori dei due marò. Una delle condizioni poste dall’Italia di Mario Monti per rispedire in India Latorre e Girone, era la garanzia che ai due, in caso di condanna, non verrebbe comminata la pena di morte, ma, una volta giunti nel paese orientale, il ministro della Giustizia indiano, Ashwani Kumar, rispondendo ad un’intervista all’emittente Tv Ibn, ha fatto sapere che non esiste ‘nessuna garanzia’ data all’Italia in merito alla sentenza che interesserà i due fucilieri di Marina: ‘Come può – ha detto il Guardasigilli – il potere esecutivo dare garanzie sulla sentenza di un tribunale?’. È difatti è proprio un’eventuale condanna in base ad un procedimento per terrorismo internazionale che potrebbe comportare la sentenza capitale, tant’è che l’articolo 3 della legge 2002 per la Soppressione di Atti Illeciti contro la Sicurezza della Navigazione Marittima, voluta dal governo indiano per reprimere gli atti di pirateria, prevede la piena giurisdizione dell’India e la pena di morte: stabilisce infatti espressamente che ‘se qualcuno causa la morte di un’altra persona sarà punito con la morte’.

A rassicurare ed a placare gli animi è intervenuto lo scorso 27 aprile il ministro degli Esteri Salman Khurshid, il quale ha detto in una dichiarazione riportata dal quotidiano indiano di lingua inglese ‘The Hindu’, che l’Italia ‘non dovrebbe avere alcuna preoccupazione’ sullo svolgimento del processo ai marò, soprattutto per quanto riguarda il riferimento ad atti di terrorismo’. Speriamo.