di Enrico Oliari –
E alla fine i due ‘marò’, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, sono rientrati in India, esattamente allo scadere del permesso di quattro settimane coincidente con le elezioni politiche, concesso dai magistrati del paese orientale.
E’ difficile dire oggi se l’Italia, il cui ministro degli Esteri Giulio Terzi di Sant’Agata aveva annunciato Urbi et orbi la volontà di non restituire i due militari, abbia fatto una bella figura o meno, e forse non è questo il punto. Ne’ è possibile fare riferimento a chissà quale dietrologia – c’è chi dice gli elicotteri di Finmeccanica, chi l’export, chi la minaccia di arresto del nostro ambasciatore Daniele Mancini – per giustificare il via vai di ordini e di contrordini e quindi per gettare luce su una vicenda contorta dove i due fucilieri di Marina sono le piccole pedine schiacciate da una pressione internazionale che ha visto l’Italia cedere. Cedere, senza se e senza ma.
Già, perché non sono certo le magre rassicurazioni date di un tribunale speciale o della promessa della non applicazione della pena di morte in caso di condanna a dare una spiegazione certa del dietro-front di una delle potenze del mondo.
E difatti, a marò rientrati, il ministro della Giustizia indiano, Ashwani Kumar, rispondendo ad un’intervista all’emittente Tv Ibn, ha fatto sapere che non esiste “nessuna garanzia” data all’Italia in merito alla sentenza che interesserà i due fucilieri di Marina, Massimiliano Latorre e Salvatore Girone. A chi gli ha chiesto il perché della garanzia che, al limite, non venisse comminata ai due marò la pena di morte, Kumar ha risposto: “Come può il potere esecutivo dare garanzie sulla sentenza di un tribunale?”.
Si ha, insomma, l’impressione che a Nuova Delhi si parli una lingua, ed a Roma un’altra… e non si tratta di idiomi.
E così i due sono in India, sottoposti nuovamente ad una gogna mediatica che li esibisce al mondo come due trofei, rispediti dalla loro patria che ha preferito cedere, nonostante lo scorso 18 marzo il portavoce del ministero degli Esteri indiano, Syed Akbaruddin, avesse rilevato che esiste “effettivamente un conflitto di giurisdizioni” sulla questione dei marò dal momento che certamente la nave sulla quale Latorre e Girone erano di scorta si trovava in acque internazionali.
Non si sa esattamente cosa sia successo nella stanza italiana dei bottoni, certo è che il 21 marzo di mattina si era riunito il Cisr (Comitato interministeriale per la sicurezza della Repubblica), al quale hanno partecipato il Primo ministro Mario Monti, il ministro degli Esteri Terzi, ed il ministro della Difesa Giampaolo Di Paola: lì è stata presa la decisione di far ripartire per tempo i due marò, cosa che deve aver mandato su tutte le furie il capo della Farnesina, dal momento che, alla riunione che si è tenuta poche ore dopo, alla quale sono stati invitati Latorre e Girone, Terzi non si è presentato ed in sua vece ha mandato il sottosegretario Steffan de Mistura. Anzi, qualche giorno dopo si è dimesso in modo roboante durante un intervento alla Camera, adducendo proprio come motivazione la questione dei rientro in India dei due marò.
La nota diffusa da Palazzo Chigi è stata lapidaria: “il Governo italiano ha richiesto e ottenuto dalle autorità indiane l’assicurazione scritta riguardo al trattamento che sarà riservato ai fucilieri di Marina e alla tutela dei loro diritti fondamentali. Alla luce delle ampie assicurazioni ricevute, il governo ha ritenuto l’opportunità, anche nell’interesse dei Fucilieri di Marina, di mantenere l’impegno preso in occasione del permesso per partecipare al voto, del ritorno in India entro il 22 marzo. I Fucilieri di Marina hanno aderito a tale valutazione”.
Dall’India il ministro degli Esteri, Salman Khurshid, ha spiegato al parlamento di Nuova Delhi che l’Italia ha concesso il ritorno dei marò solo dopo le “nostre rassicurazioni”, ovvero che “non correvano alcun rischio di arresto” e che “loro processo in India non rientrava nei rarissimi casi in cui è prevista l’applicazione della pena di morte”.
Anche de Mistura, partito per l’India, ha potuto confermare che dal ministro degli Esteri indiano è venuto che in base al primo comma della Sezione 29 del Codice di procedura penale indiano “il tribunale di un magistrato capo giudiziario (a cui equivale quella di un magistrato capo metropolitano, ndr.) può dettare qualsiasi sentenza autorizzata dalla legge, eccetto quelle che prevedano la pena di morte o l’ergastolo, fino ad un massimo di sette anni di carcere”.
Intanto, come è successo di frequente nell’anno trascorso, la Corte suprema indiana, che è chiamata a decidere sulla territorialità e quindi sulla giurisdizione dell’espressione del giudizio, ha chiuso una settimana per ferie, fino a dopo il 27 marzo, per la Festa ‘Holi’, ovvero dei colori e della Primavera indiana.
E sono stati proprio i continui rinvii di una Corte impegnata più nelle feste e nelle festività che nelle sentenze ad alimentare lo stato di tensione fra i due paesi: oggi per stabilire l’esatta posizione di una nave, a quale ora ed a quale giorno basta accedere a internet… possibile che per la Corte indiana non sia bastato un anno?
L’Italia sembra essere sempre destinata a cedere: il 3 febbraio del 1998, un Grumman EA-6B Prowler statunitense, pilotato a bassa quota dai capitani Richard Ashby e Joseph Schweitzer, tranciò i cavi della funivia del Cermis, uccidendo 20 sciatori; nonostante le proteste e l’indignazione dell’opinione pubblica italiana ed europea, i due militari vennero processati in base allo Statuto Nato negli Stati Uniti e persino assolti, per poi essere condannati alla sola espulsione dal Corpo militare per aver intralciato la giustizia.

