di Yari Lepre Marrani –
Le idee di Giuseppe Mazzini (1805 – 1872), all’alba dell’Unità d’Italia (17 marzo 1861), erano più diffuse che mai, accolte dalla gran parte degli italiani democratici tanto che molte delle idee, delle suggestioni, idealismi e delle proposte avanzate nel corso di un quarantennio da Mazzini trovarono ampio consenso e accoglienza per tutta la seconda metà dell’Ottocento e la prima del Novecento. Mazzini fu l’apostolo apparentemente sconfitto del Risorgimento, perché quest’ultimo si concluse con l’Unità monarchica di un’Italia che poteva e doveva essere repubblicana; sconfitto non significa, però, dimenticato e Mazzini non lo è stato: il suo nome e il suo credo politico si percepiscono ancora oggi, attraverso la lotta politica, l’afflato europeista di molti partiti e la presenza del Partito Repubblicano Italiano(PRI). Fondato nel 1895, il PRI è il più antico partito tuttora esistente in Italia e ha mantenuto immutati il nome, il simbolo (una foglia di edera) e le basi ideologiche del mazzinianesimo e del radicalismo, riconducibili alle elaborazioni di Giuseppe Mazzini, Aurelio Saffi, Carlo Cattaneo, Ugo La Malfa e Giovanni Spadolini.
E’ prima di tutto l’opera omnia di Mazzini la prima impronta del mazzinianesimo, il contenitore del credo politico espresso in più di 40 anni dall’apostolo della libertà, e senza conoscerne il contenuto non è possibile sviscerarne le idee madri che sono alla base dell’ultima e più sentita religione politica italiana. Alla base del mazzinianesimo ci fu la volontà che l’Italia si unificasse sotto il vessillo della Repubblica, unico strumento atto a garantire e perpetuare la democrazia nel nostro paese, al contrario della monarchia, invisa a Mazzini sin dal principio della sua avventura filosofica e politica. Questo credo politico, che tanta parte ha avuto nella genesi del Risorgimento liberatore, si fonda sull’idea che la liberazione dell’Italia potesse avvenire solo attraverso la costituzione di uno Stato repubblicano unitario e che artefice del riscatto nazionale potesse essere solo il popolo animato da una profonda fede religiosa, intesa come una sorta di religione laica della patria. Per Mazzini la vera repubblica è il luogo in cui i principi di giustizia, uguaglianza e libertà si sarebbero incarnati e rivelati per tutto il popolo italiano. Sebbene Mazzini non abbia avuto un ruolo diretto nel PSI, il suo pensiero politico ha influenzato il movimento democratico e repubblicano in Italia, che a sua volta ha contribuito alla formazione del PSI, anche se il Mazzini non è direttamente collegato alla nascita del Partito Socialista Italiano nel 1892, che trovò le sue radici nel socialismo marxista e nella lotta di classe.
Nell’operetta di Mazzini “Fede e avvenire”, pubblicata in francese a Bienne nel 1835, venticinque anni prima della pubblicazione della sua opera più diffusa, importante e nota, “I Doveri dell’Uomo”, elemento quasi vitale della riforma politica e sociale che Mazzini aveva in mente, l’autore espone un lungo ed elaborato compendio del suo credo politico e religioso, dopo il fallimento del programma d’azione del Partito, avvenuto con la spedizione di Savoia il 3 febbraio 1834. Credo politico e religioso perché, per Mazzini, la politica era e doveva essere vissuta come una religione laica che assommasse in se il pensiero e l’azione, la fede ardente e il movimento costruttore. Scritto durante l’esilio di Mazzini in Francia, a Marsiglia, l’opera “Fede e avvenire” fu influenzata profondamente dall’esperienza del primo esilio di Mazzini negli anni ’30 del XIX secolo, prima in Svizzera, poi in Francia, prima a Lione e infine a Marsiglia, dove compose l’opera. Quest’ultima contiene, sin dalle prime pagine, una pittura desolante delle condizioni infelici dell’Italia dell’epoca, serva e accecata, sui cui domina la tirannide, protetta da un triplice esercito di spie, di doganieri, di birri; dove muore l’intelletto e dove le anime migliori, oppresse e perseguitate, si estinguono senza luce. L’insurrezione, la guerra santa per la libertà: non c’è per Mazzini altro consiglio possibile per il sottomesso e moralmente disperso popolo italiano. I popoli si iniziano nei patimenti della servitù all’adorazione della libertà; in nome di quest’ultima è loro dovere predicare, combattere, credere, agire. Già dalle pagine del trentenne Mazzini si respira l’energia incontrovertibile dell’uomo oppresso che, per risorgere, deve pensare e agire: il connubio è imprescindibile.
Nelle pagine di “Fede e avvenire” c’è spazio per crepe di pessimismo: Mazzini non si nasconde ma si confessa apertamente che può essere vana speranza poter sollevare uomini senza fede; è vero, manca ai popoli non la fede individuale, creatrice dei martiri, ma la fede sociale, creatrice della vittoria, quella che sparì di fronte a rivoluzioni tradite nel loro principio. A questo punto l’autore fa un rapido esame del patrimonio spirituale del XVIII secolo, l’opera del quale fu compiuta dalla Rivoluzione francese, traduzione politica della rivoluzione protestante. Il diritto fu lo strumento di quella rivoluzione, che chiuse un’epoca. L’epoca nuova deve sostituire al concetto di diritto quello di dovere. Il concetto di diritto non può che distruggere, il secondo edifica e associa e dà alla vita un senso profondamente religioso e segnato dal vincolo della fratellanza umana. I figli debbono venerare i padri che sostennero lotte gigantesche ma dovranno essi percorrere un cammino più avanzato del loro, i figli non dovranno scimmiottare i padri, come questi non hanno scimmiottato alcuno. Nel 1835 giunse il momento, per Mazzini, di fondare la politica del XIX secolo e di risalire, attraverso la filosofia, alla fede, di definire e ordinare l’associazione, proclamando l’Umanità. Occorre pensare e agire: caduti come partito politico, i mazziniani dovranno risorgere come partito religioso, confortati dalla promessa di salvezza del Cristo; dovranno credere in un Dio solo, in un’unica legge, nel progresso dell’Umanità, nell’Associazione, nella Santa Alleanza dei Popoli, infine, sulle cui basi sorgerà l’agognata Unità Politica Europea.
Sul mondo rinnovato da tali credenze, rifiorirà pure la poesia, che canterà le gioie del martirio, l’immortalità dei vinti, i ricordi, le vittorie, i trionfi e le sconfitte, le speranze realizzate o tradite. Il nuovo credo mazziniano insegnerà ai giovani la costanza nel sacrificio, il silenzio, il sentirsi soli e non disperare, l’essere delusi e feriti ma senza lamentarsi. Come sul mondo romano in dissoluzione la buona novella di Gesù morente sulla croce fece sì che quel cadavere si levasse a nuova vita, e da quel fango uscisse il mondo cristiano, mondo di libertà e di eguaglianza, così questo mondo, oggi incredulo e indifferente, si prostrerà, domani, davanti ai soldati delle sante battaglie, che il mondo condanna con il nome di ribellioni o rivoluzioni.
Il calore di una fede profonda fa di questo scritto una delle più importanti espressioni letterarie del Mazzini, per l’intenso senso poetico e il fervore mistico che lo animano. Gli ideali mazziniani connotarono fortemente il primo Risorgimento, sospinti anche dallo spirito romantico di quel periodo. Nella storia d’Italia a partire dal secondo dopo guerra, l’ideologia mazziniana è da annoverarsi tra quelle che ispirarono la Costituzione Repubblicana entrata in vigore il 1 gennaio 1948. Diverse formazioni politiche hanno dichiarato di richiamarsi all’eredità mazziniana, a partire dal Partito d’Azione, che già nel nome si richiamava a quello mazziniano ottocentesco, il Partito Repubblicano Italiano(PRI) e, negli anni duemila, il Movimento Repubblicani Europei. Benché accusato di essere una voce spiritualmente elevata ma concretamente poco realistica, Mazzini e il suo credo vivono ancora oggi nelle piaghe di un’Europa che esita a farsi Santa Alleanza e Unità politica, di fronte a sfide militari ed economiche lanciate sia da est (Federazione Russa) che da ovest (USA) che ne minacciano non solo l’integrità ma l’esistenza e l’evoluzione stesse.












