Mercosur: quando il libero scambio diventa un conto salato per agricoltori ed elettori

di Francesco Pontelli

Quando maggioranza e opposizione si trovano sorprendentemente d’accordo su un provvedimento, l’esperienza insegna che a pagare il prezzo non sono quasi mai i decisori politici. È accaduto con l’azzeramento degli sconti sulle accise dei carburanti e rischia di ripetersi oggi con l’accordo di libero scambio tra Unione Europea e Mercosur. A finire “nel piatto”, questa volta, sono gli agricoltori europei.
L’intesa commerciale tra l’UE e il Brasile, insieme agli altri Paesi dell’America Latina aderenti al Mercosur, ripropone un modello economico già ampiamente sperimentato, e fallito, in altri comparti strategici. È lo stesso schema che ha prodotto la desertificazione industriale nel tessile-abbigliamento e che sta ora mettendo in seria difficoltà l’automotive europeo. Oggi, quello stesso modello viene esteso anche all’agricoltura.
La logica è sempre la stessa: liberalizzazione dei flussi commerciali, compressione dei costi, competizione fondata non sull’innovazione ma sul dumping normativo. In altre parole, si privilegia una crescita fondata sulla speculazione, dove il vantaggio competitivo deriva da regole meno stringenti in materia di lavoro, fiscalità, tutela ambientale e sicurezza dei prodotti.
Eppure un mercato davvero libero può esistere solo se sostenuto da un insieme di regole condivise. Senza un quadro normativo comune, il “libero scambio” diventa una competizione asimmetrica, in cui chi è sottoposto a standard più elevati, come gli imprenditori agricoli europei, parte strutturalmente svantaggiato.
Il punto più grave, e colpevolmente ignorato da molti sostenitori dell’accordo, riguarda però la salute dei consumatori. In gran parte dei Paesi del Mercosur, antibiotici e ormoni della crescita vietati da decenni in Europa sono di libera vendita e difficilmente tracciabili. Questo ne favorisce un utilizzo diffuso negli allevamenti di bestiame.
Tra le sostanze più critiche figura l’Estradiolo 17-β: formalmente bandito per le esportazioni verso l’UE, ma rispetto al quale, come evidenziato da audit della Commissione Europea, il Brasile non è in grado di garantire l’assenza nelle carni destinate al mercato europeo. A ciò si aggiunge l’uso massiccio di fitofarmaci vietati in Europa: erbicidi come l’Amicarbazone, fungicidi come il Clorotalonil e insetticidi come il Novaluron. Secondo dati ufficiali, circa il 27% dei pesticidi autorizzati in Brasile è proibito nell’Unione Europea per i rischi sanitari e ambientali.
A fronte di questi elementi, appare quanto meno paradossale l’accusa rivolta al settore agricolo di “assorbire” il 30% del bilancio europeo. Nel 2022, l’intero comparto agroalimentare dell’UE ha generato circa 30 milioni di posti di lavoro, pari al 15% dell’occupazione totale. Un contributo che include non solo l’agricoltura primaria, ma anche trasformazione, logistica, distribuzione e servizi collegati. Ridurre questo sistema a un semplice costo di bilancio significa ignorarne il peso economico e sociale.
Con il Mercosur, dunque, non si costruisce sviluppo sostenibile ma si favorisce una logica speculativa applicata ai flussi commerciali intercontinentali. Le conseguenze rischiano di essere devastanti per le imprese agricole europee, schiacciate tra concorrenza sleale e un apparato normativo sempre più stringente, con inevitabili ricadute occupazionali.
Il fatto che maggioranza e opposizione si dichiarino entrambe favorevoli all’accordo assume allora un significato politico preciso: a essere sacrificati non saranno gli interessi strategici, ma le aziende dei contadini europei.
Non a caso Francia, Austria, Polonia, Ungheria e Irlanda hanno votato contro, scegliendo di non offrire i propri agricoltori al banchetto del libero scambio. Un segnale politico rilevante, che riporta al centro un tema spesso liquidato come secondario: la tutela del principio di unanimità nelle decisioni europee. In un’Unione così eterogenea, l’imposizione di accordi strategici a maggioranza non è una garanzia di democrazia, ma il rischio concreto di trasformare l’integrazione in sopraffazione.