di C. Alessandro Mauceri

Mentre il premier Matteo Renzi era in viaggio nel Centro America, la cancelliera tedesca Angela Merkel, è volata in Asia. Diretta, dopo una breve sosta in India, in Cina. Non è la prima volta che la Merkel si reca a Pechino per affari. Anzi pare che la Cina sia diventata una meta fissa per la cancelliera: ad oggi si è recata vi si è recata ben otto volte, l’ultima solo un anno fa, a luglio 2014.

Non più tardi di un paio di mesi fa, in Cina era andato anche il ministro dell’Economia e vice cancelliere tedesco Sigmar Gabriel per sottoscrivere con il ministro dell’Industria e dell’Information technology della Repubblica Popolare, Miao Wei, un accordo per lo sviluppo congiunto della cosiddetta Industria 4.0, il nuovo modello di produzione di auto basato sull’internet delle cose (IoT) e l’internet dei servizi. E anche allora il ministro tedesco era accompagnato dai responsabili di alcune delle maggiori imprese tedesche tra cui Volkswagen e Siemens. “Vogliamo alimentare la partnership per l’innovazione siglata con la Cina nel 2014”, ha dichiarato Gabriel in conferenza stampa a Pechino.

Scopo ufficiale dell’ultimo viaggio, come ha riportato il South China Morning Post, è stato quello di rafforzare i rapporti commerciali tra i due Paesi. Non a caso la Merkel è stata accompagnata da diversi capi d’azienda, primo fra tutti il nuovo a.d. del gruppo Volkswagen, Matthias Müller (incontrerà alcuni dirigenti della compagnia che si occupano degli accordi commerciali con imprese locali). Da molto tempo, infatti, le case automobilistiche tedesche sono interessate al mercato cinese, di gran lunga il più grande del mondo.

Ma lo scopo del suo viaggio, specie dopo lo scandalo che ha coinvolto la casa tedesca nei mesi scorsi (e sul quale non è stata ancora scritta la parola fine), potrebbe non essere solo quello. Molte delle vetture del gruppo che da sempre ha fatto dell’essere “made in Germany” un vanto e uno strumento di marketing sono in realtà prodotte in Cina: come ha riportato il quotidiano francese Les Echos, “solo” il 47% delle Audi è uscito da uno stabilimento tedesco, il resto viene prodotto in impianti fuori Germania. E molte di queste in Cina, dove la compartecipata di Audi è presente da molti anni. Anzi pare che siano diversi i modelli pensati proprio per il mercato cinese e prodotti nello stabilimento di Changchun, che, dopo aver prodotto vetture come Audi 100 e 200, recentemente è stato destinato alla produzione di A4L, A6L e Q5. La realtà è che in Cina la casa automobilistica tedesca ha venduto più di un milione di vetture. E di queste 950mila sono prodotte e assemblate in loco.

Una presenza, quella del gruppo tedesco in Cina, che non è sempre stata pacifica: lo scorso anno (ma i giornali occidentali si sono guardati bene dal diffondere la notizia) l’Audi ha “accettato” di pagare pesanti sanzioni in Cina a causa dei problemi con Faw Volkswagen, la joint venture creata per permetterle di produrre nel paese. Ndrc, una delle istituzioni cinesi che si occupa di questioni sulla concorrenza, ha sanzionato Faw Volkswagen e Chrysler per “pratiche monopolistiche” e sono state avviate indagini anche su Mercedes e su alcune società giapponesi. Il gruppo tedesco ha accettato di pagare la multa affermando che “le procedure di gestione di vendita e della rete dei concessionari sono in corso di miglioramento per evitare incidenti analoghi in futuro”.

Forse è anche per questo che ad accompagnare frau Merkel in Cina c’era il nuovo ceo della Volkswagen, Matthias Müller: al lui spetterà il compito di “ripulire” l’immagine della casa automobilistica tedesca. Una scelta obbligata dato che Wolfsburg, che detiene il 19 per cento del mercato automobilistico cinese, contribuisce a un terzo del totale del fatturato della Volkswagen (dati Süddeutsche Zeitung). Non a caso, una delle tappe della cancelliera sarà Chengdu, capoluogo della provincia di Sichuan, dove è stato da poco inaugurato il nuovo stabilimento Vw e dove vengono prodotte molte delle auto orgoglio della produzione germanica.

Manodopera cinese a basso costo e la possibilità di produrre senza essere vincolati dalle limitazioni ambientali e sindacali vigenti nel vecchio continente, sono fattori che da molto tempo attirano le case automobilistiche tedesche. Anche la Bmw, che grazie alla joint venture con il partner locale Brilliance ha deciso di produrre alcuni modelli in Manciuria, tant’è che qualche tempo fa è stato aperto un nuovo stabilimento a Tiexi vicino alla città di Shenyang). Gli acquirenti più attenti al rispetto dell’ambiente che comprano le auto più moderne e “verdi” del marchio tedesco non sanno che queste vengono prodotte nel paese che è tra i maggiori responsabili dell’inquinamento del pianeta. Auto come la X1 o la serie 3 passo lungo sono prodotte in Cina (e destinate principalmente al mercato locale). Come ha confermato Reithofer, quello cinese è tra i maggiori mercati per il gruppo tedesco (il primo in assoluto per modelli di punta come la serie 5 e l’X6).

E da tempo ormai si parla della possibile acquisizione di una quota significativa di Daimler da parte della società pubblica cinese Baic. Una corsa verso est che non riguarda però solo le multinazionali tedesche. Sono molte le case automobilistiche che stanno spostando la propria produzione in Cina: anche Jaguar e LandRover (di proprietà dell’indiana Tata) hanno aperto uno stabilimento a Changshu, vicino a Shangai.

Ma non è solo questo il motivo per cui la cancelliera Merkel ha deciso di recarsi così spesso in Cina: oltre a tutelare gli interessi delle grandi industrie tedesche (aziende che sempre più spesso producono i loro prodotti di qualità “tedesca” in Cina) lo scopo di queste missioni è verificare lo stato dell’economia cinese. Molti dei vertici delle industrie tedesche sono entrati in apprensione, come ha confermato Deutsche Welle, a causa del brusco arresto della crescita della prima potenza economica mondiale, “una caduta mai prima registrata”, ha riferito DW. Una battuta d’arresto che in molti hanno pensato non avrebbe dovuto interessare le economie occidentali se non per gli aspetti borsistici e finanziari. Invece, si è trattato di un campanello d’allarme per chi, come la Germania (ma anche molti altri paesi europei e gli stessi Usa) ha fatto del paese asiatico non solo il primo mercato in cui vendere i propri prodotti, ma anche il luogo in cui produrli. Oggi il 30 per cento del commercio cinese con il vecchio continente è gestito dalla Germania e le previsioni per il 2015 parlano di un volume commerciale che supererà i 154 miliardi di euro del 2014. Le aziende tedesche che hanno filiali o rapporti stretti con il colosso asiatico (come riprotato dal Frankfurter Allgemeine) sono oltre 5mila.

È per questo motivo che una contrazione del 12 per cento del volume di affari con la Germania riportata da Eurostat, ha fatto scattare un campanello d’allarme e ha spinto la Merkel a prendere il “primo volo” per la Cina. tanto più che uno dei temi oggetto del viaggio riguardava l’accordo tra la Borsa di Francoforte e quella di Shangai.