di Marco Dell’Aguzzo –
Solo nella giornata di mercoledì 12 agosto ad Acapulco, città costiera e portuale nello stato sud-occidentale del Guerrero, una delle grandi capitali messicane del turismo balneare, sono state assassinate cinque persone. Tre delle cinque vittime (tutti uomini, ma ancora non se ne conoscono le generalità), sono state trovate con mani e piedi legati; un’altra, rinchiusa in un bagagliaio, è stata decapitata. La testa era in un secchio. Non è il primo caso di massiccio rinvenimento di cadaveri in poche ore ad Acapulco: nei primi sei giorni di agosto, ad esempio, sono state uccise ventidue persone.
I morti registrati ad Acapulco quest’anno (finora) sono 515: ancora una volta la città si conferma la più pericolosa del Messico, superando anche Ciudad Juárez e Monterrey. Nel 2014 ad Acapulco vennero aperte ben 590 indagini per casi di omicidio, e il tasso di omicidi in rapporto agli abitanti era del 70.57 ogni 100mila residenti.
Com’è possibile che una città turistica sia contemporaneamente così violenta? C’è da dire, innanzitutto e in breve, che la violenza riguarda perlopiù i quartieri periferici, lontani dalla costa e dai turisti. Ma da dove ha origine questa situazione? In molti la riconducono al 2009, anno in cui Arturo Beltrán Leyva, il “Capo dei Capi”, leader del cartello Beltrán-Leyva, venne ucciso dalla Marina messicana. Con la sua morte e il conseguente smembramento del cartello a causa dell’arresto di tutti i suoi boss, Acapulco rimase priva di un potere criminale unico (la città era uno dei principali centri di spaccio e di riciclaggio di denaro del cartello Beltrán-Leyva) e divenne contesa tra molte gang, ciascuna interessata a eliminare le concorrenti così da egemonizzare il mercato cittadino del narcotraffico.
Twitter: @marcodellaguzzo

