di Marco dell’Aguzzo –
Sono stati trovati i cadaveri di cinque persone (tre donne e due uomini secondo alcune fonti; quattro donne e un uomo secondo altre) in un appartamento nella colonia Narvarte del Distretto federale, l’area che comprende la capitale del Messico, Città del Messico appunto. Per quasi tutta la giornata di ieri le informazioni in merito sono state scarse: è stato comunicato che i cinque corpi sono stati rinvenuti nudi, forse legati, con segni d’arma bianca e da fuoco, ma non più di questo, il che rendeva ovviamente problematica una contestualizzazione del fatto.
Questo almeno finché non è stata rivelata l’identità di una delle persone uccise: si trattava del fotoreporter Rubén Espinosa; lavorava per la rivista “Proceso” e per l’agenzia “Cuartoscuro”. Il cadavere dell’uomo è stato riconosciuto dalla sorella; era stato colpito violentemente al volto, e riportava due ferite da proiettile.
Cosa ci dice la morte di Espinosa? Tanto. Per la condizione personale dell’uomo, la sua uccisione può essere presa per rappresentare, forse meglio di altre, uno dei più grandi problemi del Messico: la violenza contro i giornalisti. Tra tutti e trentuno gli stati (più il Distretto federale) in cui è diviso il Messico, il Veracruz è, sotto questo punto di vista, il più preoccupante.
Espinosa era originario di Città del Messico, ma per otto anni ha lavorato in Veracruz, del quale ha raccontato i movimenti e le proteste sociali. Ricevette così tante minacce (fu attaccato persino dalla polizia statale mentre stava coprendo una manifestazione del sindacato degli insegnanti a Xalapa) che decise di trasferirsi nel Distretto federale. Un esilio volontario ma obbligato. Prima ho scritto che la morte di Espinosa può essere presa a simbolo per la “condizione personale dell’uomo”: è così; le violenze e le intimidazioni che aveva subito erano pubblicamente note, non come tanti (troppi) altri giornalisti conosciuti esclusivamente nella regione e spesso nella singola città in cui operavano. Espinosa avrebbe dovuto godere di maggiore protezione, se non altro grazie alla sua “fama”, ma così non è stato.
Rubén Espinosa aveva più volte accusato il governatore del Veracruz Javier Duarte di non aver mai cercato di contrastare il clima di violenza dello stato. Aveva accusato Duarte di attentare alla libertà d’informazione, di controllare i giornali e le stazioni radio e di costringere al silenzio i giornalisti. Duarte è stato eletto nel 2010: manterrà la sua carica, salvo casi eccezionali, fino al 2016. Finora, nel suo Veracruz, sono stati uccisi tredici giornalisti: gli ultimi di cui ho memoria (perdonatemi se ne dimenticherò qualcuno) sono Juan Mendoza, il 2 luglio; Armando Saldaña, il 4 maggio; Moisés Sánchez, il 24 gennaio. Se vogliamo includere anche Espinosa (che non è morto in Veracruz, ma è come se lo fosse), sono quattordici.
Twitter: @marcodellaguzzo

