di Marco Dell’Aguzzo –

Un giudice federale messicano si è pronunciato in favore dell’estradizione negli Stati Uniti d’America del narcotrafficante Joaquín “El Chapo” Guzmán Loera, storico leader del Cartello di Sinaloa.

Il segretario degli Esteri messicano avrà ora venti giorni di tempo a disposizione per decidere se approvare o meno la decisione del magistrato. Una fonte interna al governo messicano ha però confidato all’agenzia di stampa Reuters che, molto probabilmente, per le prossime settimane non avverrà assolutamente nulla.

I legali di Guzmán continuano ad opporsi con forza all’estradizione, e hanno fatto sapere alla stampa che tutte le ingiunzioni (note in Messico come ‘amparos’) presentate per impedirla sono ancora vigenti: per di più, ad ottobre un giudice messicano si era pronunciato a favore di uno dei numerosi ricorsi presentati dagli avvocati del “Chapo”.

Tuttavia, lo scorso marzo José Refugio Rodríguez – il principale avvocato di Guzmán – disse che il suo cliente si era mostrato intenzionato ad accelerare i procedimenti per l’estradizione negli Stati Uniti perché non più in grado di sopportare i rigidissimi protocolli di sorveglianza a cui veniva sottoposto ad Altiplano, il carcere di massima sicurezza nello Stato del Messico dal quale evase il 12 luglio 2015 e dove venne nuovamente rinchiuso dopo essere stato arrestato (per la terza volta) l’8 gennaio scorso: lamentava, in particolare, le continue perquisizioni e i controlli nella sua cella, che gli impedivano di riposare.

Le prime voci di una imminente estradizione (addirittura via terra) del “Chapo” in territorio americano hanno iniziato a circolare insistentemente da sabato 7 maggio, quando venne diffusa la notizia dell’avvenuto trasferimento del narcotrafficante dal carcere di Altiplano a quello di Cefereso No. 9, a Ciudad Juárez, praticamente sul confine con il Texas. Le autorità messicane non avevano fatto però parola di estradizione, giustificando lo spostamento come parte di una precisa strategia di sicurezza, per “rinforzare” i controlli ad Altiplano e scongiurare la possibilità una nuova evasione dell’uomo.

Cefereso, però, non è una struttura di massima sicurezza come Altiplano: al contrario, è stato valutato il peggior carcere messicano (ha seri problemi di sovraffollamento, e i diritti umani dei detenuti sono scarsamente rispettati), e si trova alla periferia di una città – Ciudad Juárez – dove è forte il potere e l’influenza del Cartello di Sinaloa. Stando alle autorità, comunque, il soggiorno del “Chapo” in questa prigione sarà breve, ma la scelta non ha convinto diversi analisti, che si sono interrogati sulle possibili motivazioni, al di là di quelle ufficiali: si tratta di una semplice rotazione? Oppure di una reazione esagerata a qualche malfunzionamento del sistema di sicurezza di Altiplano (ad inizio maggio ci fu effettivamente un blackout)?

Quando (e se) sarà negli Stati Uniti, Joaquín Guzmán dovrà rispondere di – fra le tante accuse – traffico di droghe, riciclaggio di denaro, crimine organizzato, omicidio e possesso di cocaina. Ad agosto gli USA presentarono al governo messicano una nuova richiesta di estradizione per “El Chapo”, dopo essersi visti rifiutare quella di giugno e dopo aver assistito con una certa stizza alla fuga del criminale a luglio. Soltanto qualche giorno dopo la sua ricattura, alcuni avevano previsto che Guzmán sarebbe stato estradato intorno alla metà del 2016. Ma le cose – proprio per la battaglia legale portata avanti tenacemente dal team di avvocati del narcotrafficante – potrebbero rivelarsi più lunghe del previsto, anche ora che qualche passo in avanti è stato fatto.

Twitter: @marcodellaguzzo