di Marco Dell’Aguzzo –
Gli Stati Uniti del Messico sono una repubblica presidenziale e federale attualmente guidata dal presidente Enrique Peña Nieto, membro del Partito Rivoluzionario Istituzionale (Pri; di area centrista)in carica dal 1° dicembre 2012. La vittoria di Peña Nieto (peraltro tutt’altro che schiacciante: raccolse non più del 38% dei consensi) fu un po’ la vittoria di tutto il Pri, dato che dal 2000, per dodici anni, gli elettori continuarono a preferirgli il Partito d’Azione Nazionale (Pan; conservatore e di ispirazione cristiana). Ma c’è da dire che il ritorno del Pri non fu proprio accolto benissimo da tutti i messicani: il partito doveva innanzitutto scrollarsi di dosso quell’immagine di corrotto, di repressore e di cattivo gestore della cosa pubblica che si era guadagnato in passato, e all’elezione di Peña Nieto seguirono immediatamente accuse di brogli elettorali.
L’indice di gradimento del neoeletto presidente, piuttosto basso fin dal principio, non ha fatto che diminuire durante il corso del suo mandato (di sei anni, un “sexenio”, che è quindi giunto a metà). E la sua bella presenza, dovuta alla giovane età (ha quarantanove anni) e all’aspetto sempre curato, se pure potrà averlo aiutato ad assicurarsi la fiducia di qualche cittadino, di certo non ha potuto salvarlo dalle proteste (che hanno letteralmente travolto tanto lui quanto il resto del suo governo) che si sono susseguite dal 26 settembre scorso, il giorno in cui quarantré studenti della Scuola Normale Rurale “Raúl Isidro Burgos” di Ayotzinapa vennero rapiti e mai più ritrovati (ad eccezione di uno solo, di appena diciannove anni) a seguito di una manifestazione nella città di Iguala, Guerrero. Nonostante Peña Nieto avesse affermato di considerare “prioritario” il caso Iguala, la verità resta ancora in larga parte sommersa – è vero, il sindaco di Iguala José Luis Abarca e sua moglie sono stati arrestati con l’accusa di essere direttamente coinvolti nella strage, ma la certezza di quanto accaduto (e perché, e per mano di chi, e su ordine di chi), senza fare tanti giri di parole, purtroppo ancora non c’è. Tutto quello che le autorità hanno riferito è che con molta probabilità i 43 sono stati uccisi da dei narcos del cartello dei Guerreros Unidos con l’aiuto di alcuni membri della polizia locale, e che i loro corpi sono stati poi ridotti in cenere in una discarica nei pressi della città di Cocula.
Allo stesso modo, la fotogenicità di Peña Nieto non gli sarà bastata a scansare lo scandalo della “casa bianca” del novembre passato: grazie al lavoro di un team di giornalistisaltò fuori che la casa dal bianco lucente che ospitava lui, sua moglie e i loro sei bambini, dal modesto valore di ottantasei milioni di pesos e ubicata in uno dei quartieri più esclusivi di Città del Messico, risultava intestata ad una importante impresa di costruzioni (con cui Peña Nieto aveva tra l’altro già avuto rapporti), una filiale della quale aveva da poco vinto un appalto multimiliardario per la costruzione di un treno ad alta velocità che avrebbe dovuto collegare la capitale alla città di Querétaro. A scalpore ormai suscitato si decise di annullare quell’appalto, una mossa che parve a tutti tanto goffa quanto disperata. L’11 aprile, a mo’ di ciliegina sulla torta, la rivista Proceso rivelò che il ministro dell’Interno (nominato proprio da Peña Nieto)Miguel Ángel Osorio Chongpossedeva due lussuose abitazioni finanziate da un appaltista che ebbe modo di favorire più volte durante i suoi anni da governatore dello stato di Hidalgo, dal 2005 al 2011.
Qualche giorno fa, il 7 maggio, durante il Forum economico mondiale dell’America latina, Enrique Peña Nieto, in procinto di annunciare il nuovo pacchetto di riforme anti-corruzione, ha pronunciato alcune frasi che hanno immediatamente avuto un forte impatto sull’opinione pubblica messicana: “La corruzione è a volte una questione culturale, un flagello per le nostre società, soprattutto nell’America latina. Se vogliamo davvero ottenere un cambiamento di mentalità, di comportamento, e assimilare nuovi valori etici, dovrà esserci un cambiamento strutturale nella società”. Insomma, è sembrato a tutti quantomeno curioso (e di sicuro anche un po’ semplicistico) non tanto che un presidente accusato di corruzione ne parlasse in termini negativi, ma che la liquidasse come un qualcosa di essenzialmente “culturale” e niente più. Non che la corruzione in Messico si limiti al solo Pri, comunque.
Il prossimo 7 giugno in Messico si svolgeranno le elezioni di medio termine. In quella data i cittadini potranno eleggere 500 deputati, più di 300 sindaci, 17 legislatori statali e 9 governatori. Il Pri cercherà di mantenere la maggioranza nonostante i bassi indici di gradimento del presidente, il Pan vorrà approfittare della debolezza del partito rivale, mentre il Partito della Rivoluzione Democratica (Prd; centro-sinistra) dovrà superare le divisioni interne, dopo la recente scissione che ha portato alla nascita del Movimento di Rigenerazione Nazionale (Morena; di ideologia socialista democratica). Ma, come forse troppo spesso accade in Messico, il sangue ha macchiato anche questo periodo di campagna elettorale: il 17 febbraio Carlos Martinez Villavicencio del Prd è stato assassinato ad Oaxaca; il 10 marzo è stato trovato il corpo decapitato di Aidé Nava Gonzalez (Prd), candidata sindacodi Ahuacuotzingo, Guerrero; il 14 maggio è stato ucciso, mentre teneva un comizio, Enrique Hernández Salcedo (Morena), candidato sindaco di Yurécuaro, Michoacán; ieri, 15 maggio, Héctor López Cruz, candidato del Pri per il municipio di Huimanguillo,è rimasto vittima di un’esecuzione appena fuori dalla porta di casa.
Twitter: @marcodellaguzzo

