di Giuseppe Gagliano –
Un’accusa che incendia la relazione bilaterale
Le parole di Donald Trump, pronto “senza esitazioni” a lanciare attacchi contro il territorio messicano per fermare il narcotraffico, hanno aperto un nuovo fronte di tensione tra Washington e Città del Messico. Il presidente statunitense ha parlato di “seri problemi” osservati dalle immagini provenienti dalla capitale messicana, arrivando a suggerire un intervento militare unilaterale e basando le sue affermazioni su statistiche non verificate e su un presunto crollo dell’85% del traffico marittimo di droga. Di fronte alla domanda se avrebbe agito solo con l’autorizzazione messicana, Trump ha glissato: “Loro sanno cosa intendo”. Una formula che lascia intendere un livello di pressione politica che Sheinbaum considera inaccettabile.
Nella conferenza stampa successiva, Claudia Sheinbaum è stata categorica: il Messico non ha mai chiesto, né chiederà, l’intervento di truppe straniere. Ha spiegato che dopo le dichiarazioni di Trump, la Casa Bianca ha inviato un chiarimento: qualsiasi operazione militare sarebbe avvenuta solo su richiesta messicana. Chiarimento tardivo e inutile, secondo la presidente, che ha ricordato come il suo governo abbia sempre respinto proposte di operazioni armate avanzate più volte dall’ex presidente americano. Per Sheinbaum, il Messico possiede gli strumenti necessari per combattere il crimine organizzato senza sacrificare un principio essenziale: la sovranità. L’accenno alla perdita di metà del territorio nazionale dopo l’ultima invasione statunitense non è un dettaglio retorico, ma il simbolo di una memoria storica che limita qualsiasi apertura ai “consigli” armati di Washington.
Sheinbaum ha ribadito che la collaborazione con gli Stati Uniti nel campo della sicurezza resta attiva, ma si fonda su scambio di informazioni, intelligence e coordinamento operativo, non sull’ingresso di forze straniere. L’intesa bilaterale firmata nelle ultime settimane stabilisce limiti chiari, che il Messico non intende superare. Lo ha chiarito anche al segretario di Stato, Marco Rubio, in occasione della sua visita a Città del Messico: nessuna presenza armata americana sul suolo messicano, indipendentemente dall’intensità della pressione politica di Washington. È una linea che difende al tempo stesso dignità istituzionale e coesione interna, in un Paese dove l’ingerenza statunitense è percepita come un trauma politico ancora vivo.
La crisi si inserisce in un contesto più ampio: gli Stati Uniti hanno dispiegato un imponente contingente militare nei Caraibi per contrastare le rotte del narcotraffico. Secondo le dichiarazioni ufficiali, sono stati condotti 21 attacchi contro imbarcazioni sospettate, causando la morte di 83 persone. Nessuna prova pubblica, nessuna identificazione delle vittime, nessuna verifica indipendente: è un quadro che solleva interrogativi sulle modalità operative, sulla proporzionalità degli attacchi e sulla narrativa di legittimazione adottata da Washington. Per il Messico, tutto questo rafforza la volontà di mantenere distanza dalle operazioni statunitensi e di evitare che tali logiche vengano traslate sul proprio territorio.
La battaglia contro le organizzazioni criminali non è soltanto un problema di sicurezza, ma un nodo geostrategico che definisce i rapporti di forza nel continente. Trump sostiene che ogni colpo contro le imbarcazioni “salverebbe 25.000 vite”, senza fornire elementi verificabili. Sheinbaum risponde che la lotta al narcotraffico non può diventare il pretesto per ridefinire rapporti di potere tra Stati. Per il governo messicano, la cooperazione deve rimanere una cornice tecnica e istituzionale, non una leva per interventi unilaterali che metterebbero a rischio stabilità politica e dignità nazionale. In questa disputa si sovrappongono sicurezza, storia e geopolitica: ed è proprio qui che la presidente messicana ha deciso di tracciare una linea invalicabile.




