Messico. Obrador e le difficili promesse da mantenere

di Paolo Menchi

Andrés Manuel López Obrador, conosciuto anche con la sigla Amlo, è diventato presidente del Messico nel luglio 2018, etichettato come un populista di sinistra, da qualcuno definito addirittura come il Trump messicano, nonostante in un suo libro avesse espresso giudizi molto pesanti sull’ormai ex presidente americano e sulle sue posizioni nei confronti dei messicani.
Già sindaco di Città del Messico e leader del Movimento di rigenerazione nazionale (MORENA) aveva incentrato la sua campagna elettorale impegnandosi a migliorare la vita degli strati più poveri della popolazione, in contrapposizione soprattutto al PRI (centrista), al governo dal 1928 al 2000 e poi dal 2012 al 2018, accusandolo di aver condotto politiche neo liberiste con pesanti tagli alla spesa pubblica, di aver esagerato con le privatizzazioni nei servizi essenziali e di aver tollerato livelli di corruzione altissimi, proponendosi come obiettivi principali quello di garantire uno stato sociale in un paese dove il 44% della popolazione vive in povertà, spesso anche estrema, di combattere la violenza e perseguire la corruzione.
Non si può pensare che un programma così ambizioso in paese tanto grande e difficile possa essere attuato in poco più di due anni e i primi segnali sono infatti contrastanti.
Innanzitutto in merito al rapporto con gli Stati Uniti, dalla cui economia il Messico dipende moltissimo, non sembra che nei confronti di Trump ci sia stata la promessa contrapposizione. Anzi, Obrador ha appoggiato la stretta sulla politica migratoria americana, chiudendo il corridoio che permetteva ai disperati delle nazioni del centro (Honduras, El Salvador, Nicaragua e Guatemala) di passare attraverso il Messico per raggiungere gli Usa e ha collaborato con la politica di separazione delle famiglie e con la creazione dei campi di accoglienza, di durata indefinita e in condizioni precarie. Evidentemente la minaccia di sanzioni economiche ha convinto Obrador a cedere su molti punti.
Uno dei più grossi problemi del Messico è la violenza, a causa soprattutto dei cartelli dei narcotrafficanti che prosperano grazie anche alla posizione strategica tra Sudamerica e Stati Uniti, e che sono responsabili oltre che di decine migliaia di omicidi all’anno anche della corruzione che coinvolge il paese a tutti i livelli. Inoltre, negli ultimi anni molti cartelli hanno allargato la loro attività, infatti, adesso oltre al traffico di droga, hanno iniziato a occuparsi di estorsioni, sequestri, prostituzione, furti di carburante attraverso le tubature della Pemex e traffico di esseri umani.
Per ora l’unica mossa di Obrador in questo senso è stata la creazione di una guardia nazionale a sostegno dell’esercito, ma al momento è stata usata essenzialmente per controllare le frontiere con il Guatemala e non si è visto nessun effetto positivo sulla sicurezza interna.
Obrador per ridurre le profonde disuguaglianze presenti nel paese tra le varie classi sociali, ha individuato le risorse necessarie da destinare alla spesa pubblica recuperandole da una dura politica contro la burocrazia e la corruzione.
Sono stati tagliati migliaia di posti di lavoro ritenuti inutili, ridotti drasticamente stipendi d’oro di molti funzionari e, tramite la Unidad de Inteligencia Financiera (UIF), sono stati sequestrati molti conti bancari e denunciati molti politici ed imprenditori, anche famosi, per combattere l’evasione fiscale, altro importante problema che limita le entrate dello stato.
I risultati di questi interventi, così come quello sulla riforma del lavoro e della scuola, si potranno vedere solo nel medio lungo termine, ma si può già dare atto al presidente di aver intrapreso una strada importante.
Così come si dovrà valutare in futuro l’impatto che avranno i numerosi progetti infrastrutturali che vanno dalle sistemazioni delle strade e della rete idrica, della modernizzazione degli impianti industriali, fino ai più impegnativi progetti del Treno Maya, destinato a sviluppare il polo turistico e commerciale della Penisola dello Yucatan, il Corridoio Interoceanico che collegherà gli oceani Atlantico e Pacifico e il nuovo aeroporto della capitale, che servirebbero a modernizzare il Messico ma anche a dare lavoro a decine di migliaia di persone rimaste disoccupate a causa del Covid.
Al momento Obrador, seppur in calo, ha ancora il consenso della maggior parte della popolazione, grazie anche alle politiche di sussidi nei confronti delle classi meno abbienti.
Dal punto di vista economico anche il Messico nel 2020 ha subito gli effetti della pandemia con un calo stimato del pil dell’8,8% ma con la prospettiva di un aumento nel 2021 del 4,6%.
Nel prossimo mese di giugno il governo sarà già di fronte ad un test elettorale importante infatti si voterà in 15 stati (circa la metà del paese), quasi 2mila comuni (la maggioranza del paese) e 30 legislature locali.