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Il Senato del Messico ha approvato oggi la storica riforma che permette l’ingresso di capitali privati nel settore energetico degli idrocarburi, dopo 76 anni di monopolio dello Stato.

Questo passo completa il pacchetto delle riforme strutturali intraprese dal presidente Enrique Peña Nieto, intraprese in diversi campi quali le telecomunicazioni, l’istruzione, la fiscalità, la finanza e il sistema elettorale.

Lunedì scorso Peña Nieto aveva affermato che “Nel momento in cui queste riforme raggiungeranno la piena maturità, si faranno sentire i risultati e i benefici”, una scommessa per lo sviluppo del paese latino-americano che lo rende interessante per gli investimenti stranieri.

Le opposizioni hanno giurato ostruzionismo alla Camera fino a minacciare un referendum per annullare la riforma che, di fatto, privatizza il settore dell’energia.

Era il 18 marzo del 1938 quando l’allora presidente Lázaro Cárdenas annunciò in un messaggio radiofonico la nazionalizzazione delle compagnie petrolifere inglesi e statunitensi: fra gli scopi vi era quello di migliorare la qualità di vita dei lavoratori, sfruttati dagli industriali stranieri.

Oggi Pemex (Petróleos Mexicanos), l’azienda energetica pubblica, è una macchina mastodontica con 150mila dipendenti, il settimo colosso del pianeta, ma accusa perdite per 9 mld di dlr nel 2013 e il calo della produzione di un terzo.