di Alberto Galvi –
Dopo che un tribunale ne ha ordinato il rilascio, una donna indigena guatemalteca che ha trascorso più di sette anni in prigione in Messico senza processo è tornata in patria. La 35enne Juana Alonzo Santizo era stata accusata di rapimento e incarcerata in una città di confine del Messico settentrionale.
Netzai Sandoval è capo dell’ufficio dei difensori pubblici federali del Messico. Tale ufficio si è incaricato di difendere Alonzo nel 2021: Sandoval sostiene che Juana Alonzo Santizo era stata torturata e costretta a firmare una confessione che non capiva perché non sapeva parlare lo spagnolo. La Corte alla fine ha stabilito che non c’erano prove certe contro di lei.
Cercando di emigrare negli Stati Uniti, la donna Mayan Chuj ha lasciato il suo villaggio, San Mateo Ixtatan, nel 2014, ed è stata arrestata dai funzionari dell’immigrazione mentre si trovava a Reynosa, uno dei principali punti di contrabbando dello Stato di Tamaulipas. Reynosa è una città di confine messicana di fronte a McAllen, in Texas.
La polizia l’ha poi accusata di rapimento e l’ha messa in prigione. Juana Alonzo Santizo non è mai stata né condannata né processata, ed è stata trattenuta per tutto il tempo in carcerazione preventiva. Secondo le statistiche del governo federale messicano, nelle carceri del paese non è stato dichiarato colpevole o condannato il 43 per cento delle persone detenute.
Una campagna di difesa della sua libertà è stata sostenuta dal presidente messicano Andrés Manuel López Obrador. Intanto l’ufficio del procuratore di Tamaulipas ha ritirato le accuse contro di lei.




