di Giuseppe Gagliano –
Il presidente colombiano Gustavo Petro ha incontrato presso il Palazzo nazionale di Città del Messico la sua omologa messicana Claudia Sheinbaum. L’occasione ha offerto una narrazione di unità e cooperazione in un’America Latina che ambisce a maggiore rilevanza globale. Tuttavia, al di sotto delle dichiarazioni ufficiali sul “rafforzamento della cooperazione bilaterale” e sull’“unità tra governi progressisti”, emergono alcune contraddizioni strutturali che mettono a nudo i limiti di questa partnership.
Sheinbaum e Petro si trovano, per ora, sulla stessa lunghezza d’onda ideologica, uniti da un’agenda progressista che aspira a consolidare l’integrazione regionale in un contesto sempre più complesso. La crisi politica in Venezuela e le incertezze legate al ritorno di Donald Trump alla presidenza degli Stati Uniti costituiscono un terreno fertile per questo progetto. Tuttavia, come spesso accade nei rapporti tra Stati latinoamericani, le convergenze retoriche difficilmente si traducono in azioni concrete.
Petro, da tempo impegnato a costruire un fronte progressista regionale con il Brasile di Lula e il Messico, ha trovato un partner ambivalente in Sheinbaum. Se da un lato il Messico sostiene formalmente una maggiore unità latinoamericana, dall’altro ha adottato un atteggiamento prudente nei confronti di questioni spinose come la crisi venezuelana. Petro, che non ha mai nascosto le sue critiche al regime di Nicolás Maduro, ha cercato invano di convincere il Messico ad assumere una posizione più netta. Sheinbaum, invece, preferisce mantenere un profilo basso, consapevole delle ripercussioni diplomatiche che un atteggiamento più deciso potrebbe avere nei rapporti con Washington.
Sul piano migratorio il dialogo tra i due Paesi ha portato a un accordo per migliorare la gestione dei flussi migratori e garantire un trattamento più dignitoso ai colombiani in transito negli aeroporti messicani. Ma anche qui, l’impressione è che si tratti di una soluzione tampone. La Colombia, punto di transito per migliaia di migranti diretti verso gli Stati Uniti, si trova a dover gestire una crisi umanitaria di enormi proporzioni, aggravata dalla sua posizione geografica e dall’assenza di una politica migratoria realmente coordinata a livello regionale.
Un’altra questione cruciale riguarda il ruolo del Venezuela come Paese garante nei negoziati di pace tra il governo colombiano e l’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN). Petro, che punta a chiudere il capitolo della guerriglia interna, sa bene che il sostegno del Messico potrebbe fare la differenza. Ma il legame del Messico con Caracas è, anche in questo caso, ambiguo, caratterizzato da una distanza calcolata che riflette il pragmatismo di Sheinbaum.
L’alleanza tra Petro e Sheinbaum, dunque, è più un gioco di equilibri che un’azione concertata. Entrambi i leader sanno che una maggiore unità regionale potrebbe rappresentare una risposta efficace alle sfide globali, ma le divergenze interne e i vincoli esterni – dalla pressione statunitense all’instabilità politica del continente – continuano a pesare. In un’America Latina frammentata, l’incontro tra Colombia e Messico appare come un’occasione mancata per trasformare le ambizioni progressiste in realtà concreta.
Petro e Sheinbaum, pur condividendo una visione comune, rischiano di rimanere prigionieri delle contraddizioni di un continente che fatica a superare i propri limiti strutturali. L’idea di un’America Latina unita resta, per ora, più un sogno che una possibilità concreta.




