di Enrico Oliari –
Che la Turchia avesse dato appoggio ai gruppi in lotta contro Bashar al-Assad, jihadisti compresi, non è un mistero, come neppure lo sono le decine di migliaia di foreign fighter provenienti soprattutto dal Nordafrica, ma anche dall’occidente e dal Caucaso, transitati troppo facilmente attraverso gli aeroporti turchi e diretti in Siria, le colonne di camion cariche di armi e di equipaggiamenti dirette a sud e quelle cariche di petrolio dirette a nord, o ancora i jihadisti dello Stato Islamico curati negli ospedali turchi.
Il presidente Recep Tayyp Erdogan, messo con le spalle al muro dal russo Vladimir Putin dopo l’abbattimento del Sukhoi-24, lasciato solo dalle monarchie del Golfo e soprattutto soccorso solo a parole dagli alleati della Nato, che non potevano difendere l’indifendibile, si è trovato di fatto politicamente isolato e responsabile, agli occhi dell’opinione pubblica, delle sanzioni “che non riguarderanno solo i pomodori”, come ha affermato il numero uno del Cremlino.
I caccia di Ankara, entrati in azione lo scorso agosto (il conflitto ha avuto inizio nel 2011), non hanno mai realmente colpito l’Isis, ed anche dopo l’attentato di Suruc del 20 luglio (34 morti), rivendicato dai jihadisti, Erdogan ha preferito prendersela con i curdi, rompendo una tregua mai come oggi necessaria.
Tuttavia il moltiplicarsi degli attentati in occidente a marchio Isis hanno obbligato un cambio di strategia dei vari alleati, basti vedere che il premier britannico David Cameron aveva a suo tempo chiesto al Parlamento di intervenire con i raid sulle posizioni di Bashar al-Assad, cosa che poi non c’è stata, mentre oggi ha ottenuto il voto dei deputati per colpire con i Tornado gli obiettivi dello Stato Islamico.
Con tutta probabilità vi è proprio la necessità di Erdogan di uscire dal pasticcio in cui lui stesso si è cacciato, alla base della decisione di spedire a Mosul, in Iraq, ben “tre unità militari turche dotate di armi pesanti”, come ha descritto il portavoce delle Unità per la mobilitazione popolare (Pmu, milizie sciite) per la provincia di Ninive, Mahmoud Alsurja.
Si tratta di 1.200 uomini (altre fonti parlano di un numero minore) e di 20 carri armati dislocati nell’area di Bashika, a nord-est di Mosul, che potrebbero intervenire per la liberazione della città irachena, in mano allo Stato Islamico dal giungo 2014 e presidiata da 80mila jihadisti.
L’improvviso arrivo dei militari turchi ha destato le proteste del presidente iracheno Fouad Massoum, il quale ha parlato di “violazione delle regole e del diritto internazionale” destinata ad aggravare le tensioni nella regione, ed ha chiesto l’immediato ritiro dei militari dal proprio territorio.
La Reuters ha citato fonti turche secondo le quali i militari turchi si troverebbero nei pressi di Mosul per “esercizi di addestramento per le truppe irachene”, un servizio che, a quanto pare, nessuno a chiesto. Tant’è che già il 3 dicembre l’ufficio del premier iracheno Haider al-Abadi aveva diffuso un durissimo comunicato in cui veniva sottolineato “il fermo e categorico rifiuto a qualsiasi violazione della nostra sovranità”, veniva avvertito che “si riterrà un atto ostile qualsiasi ingresso di forze di terra” e che in tal caso vi sarebbe stata “una risposta di conseguenza”.
L’area di Mosul è tuttavia al limite dei territori controllati dai Peshmerga del Kurdistan Irq., i quali ormai agiscono in modo del tutto indipendente rispetto a Baghdad, anche per le dispute sul petrolio che curdi non hanno consegnato al governo centrale vendendolo per conto loro, dal momento che non hanno ricevuto da mesi il denaro pattuito per pagare gli stipendi pubblici e far funzionare la macchina amministrativa.
Se Erdogan non può vedere i curdi siriani e con quelli del suo paese ci litiga, con quelli iracheni ci va a nozze, tant’è che già sono in essere accordi per la vendita del greggio del Kurdistan Irq. attraverso la Turchia e soprattutto nelle banche turche sono stati depositati i proventi delle vendite di petrolio.
Per il turco Daily Sabah, giornale vicino al governo, i militari turchi avrebbero dato il cambio ad un piccolo contingente già presente da due anni e mezzo sul posto: militari curdi hanno confermato la cosa, asserendo tuttavia che i turchi giunti oggi sono in numero di gran lunga superiore.
Potrebbero quindi essere stati mandati da Ankara militari in accordo con il governo regionale di Erbil, che ancora una volta avrebbe quindi preso un’importante decisione politica in modo autonomo, scavalcando il governo centrale iracheno.

