di Giuseppe Gagliano –
Le difficoltà nelle forniture di carburante in Mongolia mostrano una delle conseguenze indirette della guerra tra Russia e Ucraina. Gli attacchi condotti dai velivoli senza pilota ucraini contro le raffinerie russe, insieme all’aumento stagionale della domanda, hanno esercitato pressioni sulla disponibilità di benzina e gasolio, con ripercussioni anche sui Paesi fortemente dipendenti dalle esportazioni di Mosca.
La Mongolia è particolarmente esposta. Priva di accesso al mare e caratterizzata da grandi distanze interne, dipende in misura rilevante dai prodotti petroliferi russi. Le difficoltà nelle forniture si riflettono quindi rapidamente sui trasporti, sull’agricoltura, sull’industria mineraria e sui prezzi dei beni di consumo.
I dati commerciali mostrano una situazione apparentemente contraddittoria. Tra gennaio e luglio le forniture russe di gasolio alla Mongolia sarebbero aumentate del 7 per cento, raggiungendo 1,05 milioni di tonnellate, mentre quelle di benzina sarebbero passate da 450mila a 515mila tonnellate. Nel solo mese di luglio, tuttavia, le consegne di carburanti per autotrazione sono diminuite da 186.400 a 173mila tonnellate e quelle destinate all’aviazione hanno registrato una contrazione ancora maggiore.
La Mongolia beneficia di accordi intergovernativi che la escludono da alcune restrizioni russe alle esportazioni. Questa condizione privilegiata non elimina però il problema della disponibilità materiale dei prodotti raffinati. Quando la capacità produttiva viene ridotta o la domanda interna aumenta, Mosca deve conciliare gli impegni verso i partner con le necessità del mercato nazionale e delle proprie forze armate.
La crisi evidenzia così la differenza tra un accordo che garantisce formalmente l’accesso alle forniture e una reale sicurezza energetica. Ulan Bator rimane dipendente dalla capacità delle raffinerie russe, dalle infrastrutture di trasporto e dalle decisioni adottate dal principale Paese fornitore.
Gli impianti di raffinazione sono diventati nel frattempo uno degli obiettivi strategici della campagna ucraina contro le infrastrutture energetiche russe. Colpire questi siti può ridurre temporaneamente la produzione di carburanti, aumentare i costi logistici e obbligare Mosca a destinare ulteriori sistemi di difesa aerea alla protezione di strutture situate anche lontano dal fronte.
La Russia dispone di enormi riserve petrolifere, ma la disponibilità di greggio non equivale a quella di benzina, gasolio o carburante per l’aviazione. La raffinazione costituisce un passaggio essenziale della catena energetica e la temporanea indisponibilità di alcuni impianti può produrre conseguenze sulla distribuzione interna e sulle esportazioni.
La Mongolia subisce quindi indirettamente gli effetti di una strategia militare diretta contro la capacità economica e logistica russa. Gli obiettivi si trovano sul territorio della Federazione, ma le conseguenze possono propagarsi attraverso contratti commerciali, ferrovie e reti di distribuzione fino ai mercati dei Paesi confinanti.
La vulnerabilità di Ulan Bator dipende soprattutto dalla geografia. La Mongolia è racchiusa tra Russia e Cina e non dispone di un accesso diretto ai mercati marittimi. Mosca rimane fondamentale per l’approvvigionamento di prodotti petroliferi, mentre Pechino rappresenta il principale sbocco per le esportazioni mongole di carbone e minerali.
Il governo mongolo cerca da anni di attenuare questa dipendenza attraverso la cosiddetta politica del “terzo vicino”, sviluppando relazioni con Stati Uniti, Giappone, Corea del Sud e Unione Europea. La geografia impone però limiti difficili da superare: gran parte dei collegamenti commerciali deve comunque attraversare Russia o Cina.
Se le forniture russe diventassero strutturalmente meno affidabili, Pechino potrebbe assumere un ruolo maggiore anche nell’approvvigionamento energetico mongolo. Ciò consentirebbe di ridurre la dipendenza da Mosca, ma rischierebbe semplicemente di aumentare quella dalla Cina.
Una vera diversificazione richiederebbe maggiori scorte strategiche, infrastrutture alternative e soprattutto una maggiore capacità nazionale di raffinazione. Sono investimenti costosi che possono ridurre la vulnerabilità nel lungo periodo, ma non risolvere rapidamente una crisi delle forniture.
In questo quadro assume particolare importanza il progetto Forza della Siberia 2, con il previsto attraversamento della Mongolia attraverso la condotta Soyuz Vostok. Il gasdotto dovrebbe collegare i giacimenti russi al mercato cinese utilizzando il territorio mongolo come corridoio.
Il progetto potrebbe raggiungere una capacità nell’ordine dei 50 miliardi di metri cubi di gas all’anno. Per la Russia rappresenterebbe una delle principali infrastrutture attraverso le quali riorientare verso l’Asia parte delle esportazioni energetiche dopo la drastica riduzione del mercato europeo.
Per la Cina offrirebbe un’ulteriore fonte terrestre di gas, diminuendo l’esposizione alle rotte marittime. Per la Mongolia significherebbe invece incassare entrate dal transito, attirare investimenti infrastrutturali e potenzialmente ottenere maggiore accesso al gas russo.
La trasformazione del Paese in un corridoio energetico tra Russia e Cina presenta però una contraddizione. Ulan Bator potrebbe acquisire maggiore importanza geopolitica senza ottenere una corrispondente autonomia strategica, perché il funzionamento dell’infrastruttura dipenderebbe comunque dagli interessi delle due grandi potenze confinanti.
La crisi dei carburanti mostra precisamente questo limite. La solidità delle relazioni politiche con Mosca non può eliminare gli effetti di una riduzione della disponibilità quando la produzione russa è sottoposta a pressioni interne e militari.
Per la Mongolia la questione diventa quindi strutturale. Un Paese che aspira a svolgere un ruolo centrale nel transito dell’energia tra Russia e Cina deve contemporaneamente ridurre la propria vulnerabilità nell’approvvigionamento dei carburanti necessari alla sua economia.
Scorte più consistenti, diversificazione delle importazioni e sviluppo della capacità nazionale di raffinazione possono diventare altrettanto importanti dei grandi progetti di transito. In caso contrario, la Mongolia rischia di trasformarsi in un corridoio strategico per miliardi di metri cubi di gas diretti verso la Cina continuando, allo stesso tempo, a dipendere dalle difficoltà produttive del vicino russo per riempire i propri serbatoi.




