di C. Alessandro Mauceri –
Nel Caucaso meridionale c’è una regione, il Nagorno Karabakh, che da tempo si è dichiarata stato indipendente. Una decisione che riguarda un’area così poco abitata e così poco interessante (almeno a prima vista), che nessuno finora si è preso la briga di obiettare questa decisione. Anzi, per essere più precisi, il “nuovo” stato non è stato riconosciuto praticamente da nessun paese al mondo. In pratica non esiste.
Indipendenza che i politici locali hanno voluto ribadire indicendo le recenti elezioni amministrative, per le quali poco più di 50mila elettori (ovvero la metà degli aventi diritto) hanno votato nei 207 distretti in cui è suddivisa la regione. A comunicare i dati, non senza un certo orgoglio, è stata la Commissione elettorale centrale della Repubblica del Nagorno Karabakh, e a ricevere il maggior numero di consensi (10.686) è stato Suren Grigoryan, membro del Partito Democratico di Artsakh (il nome armeno del Karabakh) e sindaco uscente della “capitale” Stepanakert.
Ciò che sorprende è che la popolazione residente nell’autodichiaratosi paese indipendente, invece di lottare in modo unito per l’autonomia e per il riconoscimento dello stato, ha pensato bene di scatenare una vera e propria battaglia in vista delle elezioni, portando alla luce divisioni e dissidi. Le elezioni che si sono svolte non senza scontri interni, anche pesanti, e manifestazioni violente.
Mentre nel paese il clima è rimasto incandescente, all’estero ha sorpreso il coro di voci unanime levato da molte delle organizzazioni internazionali sia occidentali che islamiche, dall’Osce e all’Organizzazione per la cooperazione islamica, Oic, alle quali si sono aggiunte molti paesi a cominciare da Germania, Regno Unito, Stati Uniti e Cina: un caso più unico che raro che, per una volta ha visto tutti d’accordo nel ribadire la non validità delle consultazioni elettorali, come era già avvenuto a maggio. Le elezioni nel Nagorno Karabakh sono state definite da tutti una “provocazione” essendosi tenute in violazione degli accordi Osce.
La ragione di un simile comportamento, però, non è soltanto politica ma economica: nessuno ha voluto rompere gli equilibri nell’area e soprattutto con l’Azerbaigian, paese dotato di grandi risorse petrolifere e attore geopolitico nel Caucaso e nell’Europa orientale. Un equilibrio che è stato raggiunto solo nel maggio del 1994 con l’accordo di Bishkek, dopo una guerra che ha causato 30mila morti e un milione di profughi. Un equilibrio fragile (il cessate-il-fuoco è stato violato più volte) e che pare essere ben lontano da una pace stabile.
Un “frozen conflict”, un conflitto dimenticato, che la voglia di autonomia della regione potrebbe far riaccendere, causando gravi conseguenze sulla fornitura di combustibili fossili a molti paesi occidentali e sconvolgendo gli equilibri finora raggiunti.

