di Giuseppe Gagliano –
Nel clima denso e carico di tensioni che ha accompagnato il vertice NATO all’Aia, il primo incontro ufficiale tra Donald Trump e Recep Tayyip Erdogan ha assunto un valore ben superiore ai trenta minuti segnati sul cronometro diplomatico. I due leader, riuniti a porte chiuse dopo anni di relazioni segnate da strappi e riavvicinamenti, hanno messo in scena un dialogo che sembra preludere a una nuova stagione di intese, ma anche a una ridefinizione degli equilibri all’interno dell’Alleanza Atlantica e nel teatro mediorientale.
La cornice è quella di un cessate il fuoco appena negoziato tra Iran e Israele, un risultato che Trump rivendica con orgoglio e che Erdogan ha pubblicamente accolto con favore, augurandosi che si trasformi in una tregua duratura. Ma dietro le dichiarazioni di prammatica si intravede una partita ben più strategica: la Turchia, ponte geografico e geopolitico tra Oriente e Occidente, si candida a fare da intermediario tra Teheran e Washington per rilanciare i negoziati sul nucleare. Una mossa che Ankara aveva già preannunciato il 21 giugno, nel corso di un incontro a Istanbul tra Erdogan e il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, poche ore prima che gli Stati Uniti colpissero tre impianti nucleari iraniani.
Il vertice turco-americano ha toccato anche la questione ucraina, con Erdogan che ha ribadito la necessità di mantenere un canale diplomatico costante per perseguire un cessate il fuoco. Parole che testimoniano la volontà di Ankara di ricollocarsi come attore imprescindibile anche nel quadrante est-europeo, dopo anni di ambiguità e relazioni ambivalenti con Mosca.
Ma l’incontro ha avuto anche un evidente risvolto bilaterale. Erdogan e Trump hanno discusso di difesa e cooperazione industriale, a partire dalla possibile rimozione delle sanzioni statunitensi che ancora gravano sulla Turchia. Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan, nei mesi scorsi a colloquio con il segretario di Stato americano Marco Rubio, aveva già avanzato proposte per riaprire i canali della cooperazione tecnico-militare. Sullo sfondo, la lunga ombra dell’affare S-400: il sistema missilistico russo acquistato da Ankara che, nel 2017, costò alla Turchia la cacciata dal programma F-35 e una raffica di sanzioni da parte degli USA, in base al CAATSA (Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act).
Eppure, il ritorno di Trump alla Casa Bianca ha rimesso in moto i meccanismi della diplomazia diretta. Con Erdogan, il tycoon americano aveva già stabilito un canale privilegiato nel suo primo mandato, giocando spesso sulla comunicazione personale più che sulle linee istituzionali. E oggi, il copione sembra ripetersi. Dalla Siria alla NATO, dalla questione curda al commercio militare, Ankara e Washington sembrano di nuovo allineate.
Non è un caso se Trump ha lodato pubblicamente il ruolo turco nella deposizione del regime di Bashar al-Assad, avvenuta l’8 dicembre scorso secondo le fonti ufficiali statunitensi, e se Washington ha successivamente ritirato le sanzioni alla Siria, su richiesta congiunta di Turchia e Arabia Saudita. Un gesto che conferma come le nuove priorità americane non siano più dettate dall’interesse multilaterale, ma dalla dinamica dei rapporti bilaterali forti, selettivi, personali.
Il primo faccia a faccia Trump-Erdogan del secondo mandato dell’ex tycoon segna dunque un ritorno a un realismo spinto: meno NATO, più rapporti diretti; meno mediazione, più interessi concreti. La Turchia gioca la carta del mediatore tra i blocchi e del partner strategico contro l’Iran, contro la Russia e, se serve, anche dentro la NATO. Trump, dal canto suo, si muove come un negoziatore globale, più attento a stringere patti occasionali che a rafforzare alleanze durature.
Il vertice di 30 minuti all’Aia è stato solo l’inizio. Ma ciò che si intravede all’orizzonte è un’alleanza sempre più segmentata, in cui l’equilibrio si gioca sulle simpatie personali più che sui trattati. E in cui la NATO, da garante della sicurezza collettiva, rischia di diventare solo il palcoscenico su cui ognuno recita la propria parte.




