Nicaragua. Firmato accordo commerciale con la Repubblica di Donetsk

di Giuseppe Gagliano –

La firma di un accordo commerciale tra il Nicaragua e la cosiddetta Repubblica Popolare di Donetsk, entità separatista riconosciuta solo da Mosca e da pochi alleati, è un atto che va oltre l’economia. Non importa che i flussi commerciali tra Managua e un territorio devastato dalla guerra siano, di fatto, irrilevanti. Conta il significato politico: Ortega e Murillo scelgono di collocarsi senza ambiguità nel campo della Russia di Putin, sfidando apertamente l’ordine internazionale e le risoluzioni dell’Onu che negano ogni legittimità all’annessione delle regioni ucraine occupate.
Non è un caso che a firmare l’intesa debba essere Laureano Ortega, figlio della coppia presidenziale, già sanzionato da Usa e Ue per corruzione. Nel sistema dinastico costruito attorno al regime sandinista, Laureano è l’anello di congiunzione con i partner strategici: Russia, Cina, Bielorussia. La sua figura certifica la trasformazione del sostegno a Mosca da gesto ideologico a politica di Stato. Un segnale diretto anche verso Washington e Bruxelles, che da anni tentano di isolare Managua con sanzioni e condanne diplomatiche.
L’Ucraina ha reagito con durezza, richiamando le risoluzioni dell’Onu che vietano di riconoscere conquiste territoriali ottenute con la forza. La minaccia di rispondere “in modo commisurato” rivela quanto Kiev consideri questo gesto non solo simbolico ma ostile, specie dopo che già nel 2020 il Nicaragua aveva aperto un consolato onorario in Crimea. È la conferma di un isolamento diplomatico crescente, che colloca Managua tra gli irriducibili del fronte pro-Mosca e ne limita le possibilità di dialogo con l’Occidente.
Sul piano economico l’accordo con Donetsk ha un valore concreto marginale, ma sul piano geoeconomico assume un significato preciso. Il Nicaragua scommette sulla capacità della Russia di garantire ai suoi alleati accesso privilegiato a investimenti, credito e forniture energetiche. È un calcolo di sopravvivenza: con un’economia al collasso e istituzioni finanziarie occidentali chiuse, Managua non ha alternative se non guardare a Est. La mossa, però, rischia di rafforzare la dipendenza da Mosca e da Pechino, riducendo ulteriormente i margini di autonomia.
La scelta di appoggiare apertamente le annessioni russe non è disgiunta dalla dinamica interna. Gli ultimi episodi, le morti in custodia degli oppositori Carlos Cardenas Zepeda e Mauricio Alonso Petri, mostrano un regime che governa con la paura e con l’opacità. La violenza esercitata sugli oppositori interni e la sfida al diritto internazionale seguono la stessa logica: consolidare il potere attraverso la repressione e la provocazione. Ogni atto di forza all’interno è accompagnato da un gesto di allineamento con gli alleati esterni, per segnalare che il regime resta inattaccabile.
Il valore strategico di Managua per Mosca non è trascurabile. Il Nicaragua rappresenta uno degli ultimi avamposti filo-russi in America Latina, una regione storicamente percepita dagli Stati Uniti come il proprio “cortile di casa”. Sostenere il Donetsk da Managua non sposta gli equilibri sul campo di battaglia ucraino, ma manda un messaggio: la Russia è ancora in grado di rompere l’isolamento e di ottenere legittimazioni, anche se provenienti da Stati marginali. In cambio, il regime Ortega ottiene protezione politica, supporto economico e strumenti di controllo tecnologico per rafforzare la repressione interna.
Con questo accordo il Nicaragua conferma la sua traiettoria di allineamento totale con l’asse Mosca-Pechino-Minsk. Una scelta che può rafforzare il regime nel breve periodo, ma che rischia di compromettere ogni prospettiva di reintegrazione internazionale e di aggravare la crisi economica. La scommessa di Ortega è che il nuovo ordine multipolare promesso da Russia e Cina possa garantire spazio e sopravvivenza anche a regimi isolati come il suo. Ma se questa promessa dovesse rivelarsi un’illusione, Managua rischierebbe di ritrovarsi in una condizione di marginalità ancora più profonda.