di Giuseppe Gagliano –
Il Nicaragua di Daniel Ortega e Rosario Murillo ha deciso di sbattere la porta in faccia a due pilastri delle Nazioni Unite: l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) e l’Organizzazione Internazionale del Lavoro (OIL). L’annuncio, arrivato il primo marzo, non è un fulmine a ciel sereno, ma l’ennesimo capitolo di una storia di chiusura e sospetto verso tutto ciò che sa di ingerenza straniera. Managua accusa queste istituzioni di aver tradito la loro missione originaria, trasformandosi in pedine di potenze esterne decise a mettere il Paese centroamericano all’angolo. Una “decisione sovrana e definitiva”, ha tuonato Rosario Murillo, copresidente e voce tonante del regime, denunciando trame di “destabilizzazione” orchestrate dall’estero.
Il copione è ormai rodato. L’OIM, secondo il governo nicaraguense, avrebbe il torto di diffondere “bugie velenose” sulla realtà del Paese, trascurando le vere radici della migrazione e violando il sacrosanto principio della sovranità tra Stati. Stesso trattamento per l’OIL, bollata come una marionetta politicizzata, incapace di occuparsi dei diritti dei lavoratori senza piegarsi a interessi stranieri. Non basta criticare: Managua ha ordinato la chiusura immediata degli uffici locali di entrambe le organizzazioni, un gesto che sa di sfida aperta e che taglia ogni ponte con chi, secondo Ortega e Murillo, ha smesso di “servire il bene comune”.
Questo nuovo strappo arriva dopo una raffica di mosse simili. Appena tre giorni prima, il 28 febbraio, il Nicaragua aveva voltato le spalle al Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu, reagendo con disprezzo a un rapporto che denunciava una “macchina repressiva” interna e invocava l’intervento della Corte Penale Internazionale. “Falsità, calunnie, ipocrisia”, è stata la replica del regime, che vede nelle critiche internazionali nient’altro che un’arma per colpire la sua autonomia. E mentre l’Onu accusa Managua di soffocare il dissenso con un mix di forza statale e fanatismo sandinista, il duo al potere risponde serrando i ranghi e riscrivendo le regole del gioco: la recente riforma costituzionale ha spazzato via ogni contrappeso istituzionale, consegnando a Ortega e Murillo un controllo assoluto.
Dentro i confini, la repressione è ormai un sistema oliato: oppositori messi a tacere, libertà civili ridotte a un ricordo, e un potere che si nutre di paranoia e propaganda. Ma il regime non si limita a guardare in casa propria: il suo sguardo raggiunge anche i nicaraguensi oltre confine, con centinaia di esiliati privati della cittadinanza e trasformati in apolidi da un giorno all’altro. L’Onu parla di una persecuzione che non conosce frontiere, e i numeri, 452 persone spogliate della nazionalità, danno corpo a questa accusa.
In tutto questo il Nicaragua sembra avviato su una strada di isolamento volontario, una sorta di autarchia politica che rifugge il dialogo e si trincera dietro il mito della sovranità aggredita. Ortega e Murillo non si fanno scrupoli a tagliare i fili con il mondo, convinti che ogni critica nasconda un complotto. Ma la domanda resta sospesa: quanto può reggere un Paese che si chiude in sé stesso, mentre il resto del pianeta guarda altrove?




