di C. Alessandro Mauceri –
Da anni non si parla altro che di missioni di pace. Centinaia di migliaia di morti (se non milioni) e miliardi di soldi spesi in armi e armamenti. Ma che certamente non sono serviti per portare la pace nel mondo. Ad affermarlo è il Global Peace Index realizzato dall’Institute for Economics and Peace. Lo studio, giunto ormai alla decima edizione, ha “misurato” le zone più pericolose del pianeta e, di contro, quelle più pacifiche basandosi su 23 indicatori. Per la classifica i ricercatori hanno considerato tre macro-categorie: livello di sicurezza, la partecipazione di uno stato a un conflitto esterno o il coinvolgimento dello stesso in una guerra interna e, in ultima analisi, il grado di militarizzazione di una data società.
Alla fine i risultati sono stati sorprendenti. Nonostante la missione di pace che va avanti da diversi anni (con tutti i problemi legati alle migrazioni di massa), il paese meno sicuro è di gran lunga la Siria. Seguito dal Sud Sudan e dall’Iraq. A seguire anche Afghanistan, Somalia, Yemen, Repubblica Centrafricana, Ucraina e Sudan. Tutti paesi nei quali da anni sono in corso conflitti e in cui le NU sono attive per “riportare la pace”. Anche il confronto con i dati rilevati lo scorso anno emette una sentenza pesante: rispetto alla situazione del 2015 è cambiato molto poco.
I paesi in cui veramente si può parlare di pace sono l’Islanda, seguita Danimarca e Austria. E poi Nuova Zelanda, Portogallo, Repubblica Ceca, Svizzera, Canada, Giappone e Slovenia.
Sorprendente la posizione di molti dei paesi ritenuti (o dichiarati) “sicuri” dai governi di turno. Se si legge la classifica del “rischio terrorismo”, la Francia è la 34esimo posto, seguita dagli USA (35esimi). A sorprendere anche la performance di paesi come la Cina (22esima) o l’India (sesta) in cui, secondo i ricercatori il rischio di atti terroristici è maggiore che in paesi come l’Ucraina (12esima) dove è in corso una vera e propria guerra.
Ancora più sorprendenti alcuni risultati sulla base dei singoli indicatori. Ad esempio, il numero degli omicidi avvenuti in Cina è simile a quello relativo a paesi come la Germania, la Francia o l’Italia e inferiore a quello di paesi come la Norvegia o la Svezia, che presentano un numero di omicidi più elevato anche di paesi come Israele o la Palestina. Ma di gran lunga più elevato è il numero di omicidi negli USA, in India, in Arabia Saudita o in Qatar.
Se ci si riferisce alle manifestazioni violente altri miti vengono sfatati: ad esempio gli USA occupano la 103esima posizione su 160 paesi esaminati. Ancora peggiore la posizione dell’Arabia Saudita (124esima) segno che chi sta combattendo per portare la pace all’estero (o almeno dice di farlo) ha seri problemi nel mantenere l’ordine all’interno dei propri confini. Un dato che risulta preoccupante se confrontato con un altro valore: quello relativo all’importazione di armi. Ebbene in questa classifica ai primi posti si piazzano tutti i paesi in cui sono in atto “missioni di pace”. Quello che sorprende è che tra questi si piazzano anche paesi non in guerra, almeno in teoria. Paesi come l’Australia o l’Oman che sono tra i maggiori importatori di armi al mondo in assoluto. Non sorprende che questi sono tra i paesi che hanno destinato le maggiori percentuali dei propri bilanci agli armamenti: oltre all’Oman, a guidare questa classifica, si trovano Arabia Saudita, Iraq, Libia, Afganistan, Corea del Nord, Palestina e Israele. Tutti (o quasi) paesi in cui sono in corso “missioni di pace”. Zone del pianeta nei quali, stando ai dati del Global Peace Index, di pace ce n’è davvero poca.

