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Dimostrandosi più realista del suo predecessore Goodluck Jonathan, il neo-presidente della Nigeria Muhammadu Buhari ha affermato oggi che “Non sappiamo se le ragazze che sono state rapite a Chibok possono essere salvate. La loro sorte resta sconosciuta. Per quanto vorrei, non posso promettere di trovarle”.
Era il 14 aprile di un anno fa quanto 276 studentesse della scuola femminile di Chibok, nello stato del Borno, venivano rapite dai jihadisti del Boko Haram, un maxi-sequestro che fece scalpore a livello globale, ma di certo non isolato nel sanguinoso conflitto che sta attraversando la parte nord-orientale del paese. Delle giovani in 57 erano riuscite poi a sfuggire ai rapitori, ma per le altre il destino era già stato segnato: come aveva detto in novembre il leader del Boko Haram, Abubakar Shekau, “Si sono convertite all’Islam e sono state date in sposa” ai combattenti, cioè ridotte in schiavitù.
Buhari ha continuato dicendo che “Questo è il momento di riflettere sul dolore e la sofferenza delle vittime, dei loro amici e delle famiglie. I nostri pensieri, le nostre preghiere, e quelle di tutta la nazione nigeriana, sono con voi oggi”.
Sono 12mila i morti del conflitto con il Boko Haram, per il quale è oggi scesa in campo una coalizione fatta da Nigeria, Benin, Niger, Ciad e Camerun: si tratta soprattutto di civili, sterminati in villaggi che poi sono stati rasi al suolo. Il Boko Haram di recente si è riconosciuto nell’Isis di Abu Bakr al-Baghdadi.

