dí Giuseppe Gagliano –

Nel villaggio di Woro, nello stato di Kwara, l’attacco del 3 febbraio ha lasciato sul terreno almeno 176 morti. Non è una fiammata di violenza “locale”, né una resa dei conti tra bande. È l’esito di un’espansione calcolata di una rete jihadista che sta spostando il baricentro della minaccia dal nordest verso i corridoi forestali del centro-nord e dell’ovest, dove lo Stato è debole, i confini sono porosi e la presenza delle forze di sicurezza è intermittente.

Al centro di questa fase c’è Abubakar Sai, chiamato Sadiku, figura emersa dopo anni di militanza e di apprendistato nella galassia di Boko Haram. La traiettoria è tipica: quando l’esercito stringe sulle roccaforti storiche nel nordest, i quadri si disperdono, cercano profondità strategica e scelgono aree dove la capacità di controllo territoriale è minima. Sadiku avrebbe spostato il suo asse operativo tra gli stati di Niger e Kwara, sfruttando le foreste come retrovia, logistica e rifugio.

Una fase iniziale di alleanza con un potente capo criminale locale, utile per armi, informazioni e influenza, avrebbe poi lasciato il posto a scontri per divergenze ideologiche e controllo delle rendite. La rottura non ha indebolito la minaccia: l’ha resa più autonoma e più “politica”, perché ha spinto il gruppo a costruire basi, pozzi, abitazioni, cioè segni di permanenza e di amministrazione di fatto.

Il punto decisivo è geografico. Il corridoio della riserva di Kainji e delle aree limitrofe offre copertura naturale, vie di fuga, spazi per addestramento e un ambiente dove lo Stato arriva tardi e male. Qui l’insurrezione diventa un fenomeno di “espansione laterale”: non sfonda con grandi battaglie, ma si infiltra, prende villaggi, taglia le strade, paralizza l’agricoltura, impone tassazioni e trasforma la paura in governo.

Woro, inoltre, non è lontana da Nuku, area già toccata in passato da azioni rivendicate da gruppi jihadisti legati alla costellazione qaedista. Il segnale è netto: il centro-nord nigeriano non è più retroterra, è linea di contatto.

La comunità era stata avvertita. Una lettera in lingua hausa, datata 8 gennaio, prometteva un incontro di preghiera “segreto” con i leader locali e assicurava che non ci sarebbero stati danni ai residenti. La lettera sarebbe stata condivisa con le autorità. Poi, il 3 febbraio, verso il tardo pomeriggio, decine di uomini armati in motocicletta, con fucili d’assalto ed esplosivi, hanno circondato il villaggio, bloccato le vie di fuga e colpito simboli e persone: incendio del palazzo dell’emiro, esecuzioni organizzate, rapimenti di donne e bambini.

Un elicottero bianco sarebbe stato visto in volo senza intervenire. Più tardi un velivolo militare avrebbe costretto gli aggressori a ripiegare nella boscaglia, ma non avrebbe impedito la ripresa delle uccisioni. Il messaggio operativo è devastante: anche quando c’è una reazione, è tardiva, discontinua, insufficiente a spezzare il ritmo dell’azione nemica.

Qui non si tratta solo di terrorismo “mordi e fuggi”. L’obiettivo è controllare spazi, strade e comunità, cioè costruire una cintura di influenza che renda la presenza dello Stato episodica. L’uso di motociclette, l’occupazione delle vie principali e la capacità di ritirarsi nelle foreste indicano una dottrina di mobilità e dispersione: il gruppo sceglie tempi e luoghi, attacca dove la risposta è lenta, si ricompone quando arriva la pressione.

Se l’esercito non passa dalla logica delle operazioni punitive alla logica della presenza stabile, la dinamica resterà questa: raid, strage, ritirata, ritorno.

La conseguenza immediata è la paralisi agricola. Quando i contadini non accedono ai campi, salta la produzione, aumentano i prezzi, cresce la dipendenza dagli aiuti e le famiglie si spostano. Lo sfollamento non è un effetto collaterale: è parte del meccanismo, perché svuota i villaggi, rompe le reti sociali e lascia spazi “liberi” per basi e traffici.

In queste aree, inoltre, proliferano attività estrattive e commerciali illegali: oro, legname, carburanti, riscatti, tassazioni informali. La guerra si alimenta di economia grigia. E quando l’economia grigia diventa l’unica economia, la sicurezza non è più un servizio pubblico: è una merce.

La pressione jihadista nel Sahel e la fragilità dei confini a ovest e a nord-ovest spingono la minaccia dentro la Nigeria. Non è un contagio meccanico, è un adattamento: gli attori armati leggono i vuoti di potere, si muovono lungo le frontiere, sfruttano le fratture tra stati federati e centro, e trasformano la periferia in nodo regionale.

Per la Nigeria, la posta è doppia: tenuta territoriale interna e credibilità esterna. Una Nigeria che non controlla le proprie campagne diventa un moltiplicatore di instabilità per tutta l’Africa occidentale, con effetti su rotte commerciali, investimenti, infrastrutture energetiche e sicurezza delle grandi città.

L’analisi più dura è quella che riguarda lo Stato. Se la presenza delle forze di sicurezza è scarsa, i confini sono porosi, la giustizia è debole e i livelli locali non rispondono dei fallimenti, la violenza seguirà un modello ripetitivo. La domanda politica, a quel punto, non è “quanti soldati mandiamo”, ma “chi paga il costo dell’inefficienza”. Senza responsabilità amministrativa e riforme profonde, ogni intervento sarà una toppa su una falla che si allarga.

Woro segna un passaggio: l’insurrezione jihadista sta cercando nuove profondità, nuove retrovie e nuovi bersagli, e li trova dove lo Stato è intermittente. Se il centro-nord e il nordovest vengono trattati come teatri secondari, diventeranno il nuovo epicentro. E quando una guerra si sposta, di solito non torna indietro.