di Enrico Oliari –

Il ministro dell’Interno, Angelino Alfano, sì è recato sabato a Lampedusa per prendere visione del problema degli sbarchi di immigrati, già 3648 persone su un totale di 7913 nei primi 6 mesi dell’anno, quasi il doppio rispetto ai 4019 arrivati nello stesso periodo del 2012.

Nell’aprile 2011, era ministro Roberto Maroni, Italia e Tunisia avevano siglato un accordo per gestire l’emergenza immigrazione che, a causa dei disordini provocati dalle ‘Primavere arabe’, si era tradotta con lo sbarco di decine di migliaia di persone sulla coste italiane, causando un’emergenza umanitaria di forti dimensioni, anche perché non pochi migranti erano morti in mare.

L’accordo prevedeva il permesso di soggiorno provvisorio per gli sbarcati fino a quella data, ma il rimpatrio immediato di coloro che venivano illegalmente nel nostro paese e soprattutto la Tunisia avrebbe controllato con perizia le proprie coste, anche grazie a finanziamenti, a mezzi navali, a tecnologie e a personale di formazione messi a disposizione dal governo di Roma.

Da lì a poco anche la rivolta libica sarebbe entrata nella sua piena evoluzione e Notizie Geopolitiche era stata proprio al campo profughi di Choucha per toccare con mano l’emergenza dei molti profughi, per lo più dell’Africa sub sahariana, che fuggivano dal paese di Gheddafi: bloccati in quel fazzoletto di deserto, con a ovest la Tunisia che non poteva gestire una tale marea umana, con a est la Libia nel pieno del conflitto civile, a sud il deserto e quindi i propri paesi in guerra, in molti hanno tentato di attraversare il braccio di mare che separa l’Italia dall’Nordafrica.

Oggi si presentano due fattori nella riattivazione dell’emergenza sbarchi: la difficoltà di stringere accordi e soprattutto di renderli funzionanti con il governo libico, già alle prese con i problemi interni che spesso sfociano in scontri ed in atti di cruda violenza, e la chiusura del campo profughi di Choucha, in corso in questi giorni.

Il ministro dell’Interno Alfano ha anche di recente ricordato a Bruxelles che le coste meridionali italiane sono le frontiere a sud dell’Europa unita, per cui del problema devono farsene carico tutti i 27 paesi dell’Unione.

Di certo, come è stato osservato al recente incontro del G8, è necessario stabilizzare la Libia: all’Italia è stata affidato, in occasione del summit nord-irlandese, il compito di contribuire a che la Libia torni ad essere un paese sicuro e già il prossimo 4 luglio, come ha ribadito Alfano,  “ci sarà un incontro a Roma con il governo libico, la stabilità della Libia è un elemento chiave” anche per il problema immigrazione.

Dall’incontro del G8 dello scorso 18 giugno, al quale aveva partecipato il Primo ministro Enrico Letta, era venuto che per stabilizzare la Libia, oltre che con il servizio di intelligence, l’Italia dovrebbe contribuire alla formazione di migliaia di poliziotti e militari libici, in Sicilia e in Sardegna, soprattutto per disarmare la Libia, dove, com’era stato osservato, “non è lo Stato il maggiore detentore di armi e di armamenti”.

Militari italiani potrebbero così tornare nel paese nordafricano per cooperare nel disarmo delle oltre 500 milizie presenti sul territorio, un lavoro certosino che rasenta l’impossibile.

Inoltre l’Italia dovrebbe aiutare la Libia nel controllo delle frontiere, specialmente con l’Algeria e quindi con il nord del Mali, introducendo, oltre al valore della formazione, anche l’impiego della tecnologia.

L’Italia dovrebbe prestare anche assistenza alla Libia nella stesura dei nuovi codici, penale e civile, e si dovrebbe adoperare nel rilancio delle infrastrutture, dal momento che le compagnie straniere, vista la mancanza di sicurezza e delle compensazioni per i danni subiti dal conflitto, hanno disdetto i contratti e fermato i progetti dell’ampliamento dell’aeroporto, delle ferrovie, degli ospedali e della rete stradale.

La stabilizzazione della Libia potrebbe inoltre favorire il riassorbimento della mano d’opera proveniente dal Sahel e dall’Africa sub sahariana, com’era prima della Rivoluzione.