di C. Alessandro Mauceri – 

In barba agli appelli ed agli accordi internazionali, nel mondo si continua ad utilizzare la pena di morte.

In Pakistan. Dove sette persone, condannate a morte, sono state impiccate. Due di loro erano state condannate per il loro ruolo in un complotto per uccidere l’ex presidente Pervez Musharraf, tre per violenze confessionali, uno per aver compiuto un attacco contro il consolato statunitense a Karachi nel 2003 e un altro per aver ucciso un avvocato. In questo modo il Pakistan ha portato a sedici il numero di esecuzioni compiute da quando è stata tolta la moratoria sulla pena di morte. Le esecuzioni sono state eseguite proprio in concomitanza con la visita nel Paese asiatico del segretario di stato statunitense, John Kerry.

Visita che mira a rafforzare la cooperazione sulla sicurezza tra Washington e Islamabad. E nei giorni scorsi anche gli USA hanno eseguito una condanna a morte. Andrew Howard Brannan, reduce del Vietnam, che era stato insignito di ben due medaglie al valore e di una Croce di Bronzo per il suo valore, è stato ammazzato con un’iniezione letale nel carcere di Jackson. Brannan, ormai anziano (66 anni) era stato giudicato colpevole dell’ omicidio di un vice sceriffo. La sua vicenda è particolarmente significativa dato che si tratterebbe di una specie di Rambo. Pluripremiato per il suo comportamento in una guerra che però aveva causato una sindrome da stress post-traumatico per i traumi psicologici subiti durante la guerra nel Vietnam e riconosciuta dal tribunale come patologia, ma che non è bastata a salvargli la vita nel suo paese: la corte Suprema infatti ha respinto un ultimo appello e l’uomo è stato giustiziato.

Nei giorni scorsi anche in Cina sono state eseguite alcune condanne a morte. Quella più eclatante è stata quella di Yang Haijun, ex vice preside di una scuola elementare della provincia cinese di Hebei, condannato è giustiziato per aver rapito e ucciso una bambina di sei anni. Il motivo per cui la sua esecuzione è finita sulle prime pagine dei giornali non è tuttavia legata né alla condanna a morte (la Cina è il paese in cui vengono eseguite più condanne a morte), né il motivo per cui è stato condannato. Il motivo di tanta attenzione per questa esecuzione è dovuto al fatto che potrebbe essere l’ultima esecuzione avvenuta in Cina ad essere seguita dall’espianto di organi. Da quest’anno infatti la Cina ha posto definitivamente fine all’uso degli organi dei condannati a morte per i trapianti, così la donazione volontaria degli organi dopo la morte rimane l’unica via.

Questa decisione ha segnato un punto di riferimento storico per l’amministrazione con la legge da parte del governo, che dà speranza alle persone per un’amministrazione trasparente e giusta nella gestione dei trapianti degli organi. La decisione è stata comunicata dal direttore del Comitato per la donazione e il trapianto degli organi del corpo umano della Cina, Huang Jiefu, a seguito di una decisione presa alla fine dello scorso anno. Per la prima volta un organismo governativo ha vietato a 169 ospedali coinvolti di eseguire l’espianto degli organi dai condannati a morte.

Intanto continua la carneficina di esecuzioni in molti paesi del mondo: due in Malesia, quattro i Arabia Saudita, cinque in Libano, tre in Iran, due in Indonesia… e questi solo nei primi dieci giorni del 2015.