di Manuel Giannantonio –

Il presidente Usa Barack Obama ha ricevuto alla Casa Bianca il suo omologo afgano Ashraf Ghani. Si è trattato della prima visita ufficiale del capo di Stato afgano dalla sua investitura dello scorso settembre, inquadrata nell’ottica del rafforzamento della collaborazione strategica. Ashraf Ghani è stato accompagnato dal suo ex rivale, Abdullah Abdullah, il quale ricopre attualmente il ruolo di capo dell’esecutivo in quello che è un governo di unità nazionale.

L’incontro non si è tradotto con l’attesa modifica del calendario del ritiro delle truppe americane in Afghanistan, ed anzi, seppure rammaricato, Obama ha informato che il numero di soldati Usa in Afghanistan resterà a quota 9.800 e non sarà più tagliato a 5.500 entro la fine del 2015, come aveva annunciato in precedenza nella speranza di chiudere il conflitto più lungo per il suo paese dai tempi del Vietnam.

In occasione della conferenza stampa vi stata una gaffe del presidente Usa, che ha chiamato il collega afgano con il nome del predecessore, Hamid Karzai.

Ashraf Ghani a differenza del suo predecessore,viene percepito dalla Casa Bianca come un alleato e, come ha ricordato Thomas Snegaroff, direttore di ricerca all’Iris, “ha insegnato all’Università di Berkely” e ha una conoscenza delle relazioni internazionali. Per dieci anni, fino al 2001 ha lavorato alla Banca Mondiale. Rappresenta in qualche modo l’uomo di tutte le speranze, poiché nell’evoluzione diplomatica degli Stati Uniti, Washington si augura di appoggiarsi ad alleati forti alla guida di Stati aiutati o in difficoltà. Cosa che non si è verificata per lungo tempo in Iraq e in Afghanistan. Ashraf in difficoltà. Ghani è considerato come un partner credibile piuttosto aperto e filo Occidentale. È importante avere dei leader che non appaiono agli occhi dell’opinione pubblica come uomini di paglia”.

Ogni anno i talebani scatenano le loro offensive di primavera. Queste operazioni sono una sfida maggiore per l’esercito e la polizia afgana; insufficientemente equipaggiate e formate, riescono solo a garantire parzialmente la sicurezza nel paese. L’esercito Usa conta oggi tra i 10 e i 15mila uomini sul territorio. La metà fa parte della missione della Nato che si occupa essenzialmente della formazione dell’assistenza e delle missioni di consiglio. La seconda metà del contingente americano, distinta dalla Nato, partecipa ad attività di protezione, di sostegno logistico e di contro terrorismo.

Nel piano iniziale, annunciato da Barack Obama lo scorso maggio, era previsto di ridurre progressivamente il numero delle truppe per arrivare alla fine del 2016 con effettivi limitati che sarebbero stati incaricati della protezione dell’ambasciata. Su consiglio del generale Campbell, comandante delle forze americane e della Nato in Afghanistan, questo calendario sarebbe stato da rivalutare. I militari stimano, infatti, che una riduzione eccessivamente rapida degli effettivi potrebbe mettere in pericolo le truppe internazionali ma anche aumentare il numero di perdite delle forze di sicurezza afgane.

Durante la sua visita a Kabul il 21 febbraio scoro, il nuovo segretario americano alla Difesa Ashton Carter dichiarò le sue preoccupazioni al presidente afgano e diede l’ordine al generale Campbell di rallentare l’imbarco di mille uomini. I rischi della destabilizzazione in Afghanistan dalla comparsa nel 2014 dei combattenti dello Stato islamico nelle città afgane di Ghazni e di Anbar, sono decisamente aumentati.

Washington vuole in qualche maniera evitare di riprodurre lo scenario iracheno. Dal ritiro totale delle truppe americane dell’estate scorsa, l’esercito iracheno è affondato sotto i colpi dell’offensiva del Daesh. In questo contesto le basi Usa di Kandahar e di Jalalabad dovrebbero restare oltre il 2015.

Tra le questioni altamente strategiche figura evidentemente la questione delle negoziazioni con i talebani. Numerosi osservatori stimano che il processo di pace non sia mai stato favorevole come oggi. Pechino appare come un nuovo attore nel processo di stabilizzazione dell’Asia centrale. Il gigante cinese investe nella regione per una molteplicità di motivi. Occupa il territorio lasciato dagli occidentali, ma riduce l’emergenza di uno Stato terrorista con connotazione jihadista in Afghanistan. Infine, la Cina ha interesse economici particolarmente importanti, specialmente per la seconda miniera di rame al mondo, situata nelle provincia di Logar. I cinesi fanno quello che gli occidentali non sono riusciti a fare, cioè sfruttare il sottosuolo e organizzare la costruzione di una strada per poter sfruttare e valorizzare le ricchezze del paese.