di Guido Keller –
Il problema per Obama è sempre lo stesso: Bashar al-Assad. Isis, stragi in Francia e in mezzo mondo, 250mila morti in quattro anni, milioni di persone in fuga, alleati del calibro della Turchia e del Qatar compromessi con il terrorismo jihadista, armi pagate dai contribuenti americani finite nelle mani di al-Qaeda: per il presidente Usa il pomo resta sempre quello, cioè l’uscita di scena di Bashar al-Assad.
E’ palese il fallimento della politica di Obama in Siria. Il presidente degli Stati Uniti è stato vittima degli interessi e delle beghe degli alleati mediorientali per mettere le mani su un paese che da sempre è considerato zona di influenza russa, tanto che fin dai tempi dell’Unione Sovietica vi è una base militare a Tartus.
Le elezioni per la Casa Bianca sono alle porte, e se Barak Obama può portare a vantaggio della parte democratica i successi della politica interna e di quella estera, come l’accordo sul nucleare iraniano e l’apertura delle relazioni con Cuba, la questione siriana rischia di rappresentare un macigno sotto il quale rimanere schiacciati. Troppi gli errori e amare le conseguenze, per cui non c’è da stupirsi se sia ora la Russia a levare le castagne dal fuoco ad Obama, tanto che dall’Apec in corso a Manila il presidente Usa sia arrivato a definire il collega Vladimir Putin “un partner costruttivo (nei colloqui di Vienna) per cercare di realizzare una transizione politica in Siria”.
Quello della transizione è ciò che resta in mano ad Obama, ben poca cosa per giustificare – neanche tanto con il senno di poi – il disastro siriano. E così il presidente Usa cerca ora di giocarselo in tutto e per tutto, marcando e rimarcando che al-Assad (prima o poi) se ne dovrà andare. al-Assad “non può riacquistare legittimità” e non è pensabile fermare la guerra civile senza che al-Assad lasci il potere, ha ribadito anche oggi, nonostante che la cosa sia stata già per metà stabilita nei colloqui di Vienna, a cui partecipano Russia e Iran, alleati di Damasco.
Lo stesso presidente siriano ha fatto sapere dieresi disposto a farsi da parte se i siriani non lo vorranno: il 5 ottobre, rispondendo ad un’intervista trasmessa dall’emittente iraniana Khabar Tv, il al-Assad ha manifestato la disponibilità a fare un passo indietro: “se la soluzione dovesse essere il mio uscire di scena, non esiterò a farlo”, ha detto; il 25 ottobre ha ribadito che una volta liberato il paese dai gruppi jihadisti, potrebbe ricandidarsi “se il popolo non è contrario”; ed oggi, intervistato dal Tg1, ha dichiarato che “Se i siriani vorranno elezioni presidenziali non c’è nessuna linea rossa”. “Se siriani mi vorranno come presidente – ha aggiunto -, sarà un buon futuro. Se i siriani non dovessero volermi, e io volessi rimanere agganciato al potere, questo sarebbe sbagliato”. Il messaggio di al-Assad è chiaro: “sono siriani e non l’occidente a dover scegliere chi governerà la Siria”. E da Vienna “la cosa più importante che sta arrivando è che ci sederemo uno accanto all’altro, anche con l’opposizione, e presenteremo il nostro programma e il nostro piano come siriani”.
Russia e Iran da settimane hanno ammorbidito le loro posizioni sulla leadership di Bashar al-Assad, concordando che saranno i siriani a decidere cosa fare con il proprio presidente. Il ministro degli Esteri Lavrov ha detto da Vienna che “Non è stato raggiunto alcun accordo secondo cui il presidente siriano non parteciperà a qualche tappa del processo politico”.
Obama quindi sta insistendo su l’unica cosa su cui può insistere, cioè l’uscita di scena di Bashar al-Assad. Ma si tratta di una foglia di fico, del tutto insufficiente per nascondere i macroscopici errori commessi nel quadro siriano.

