Onu. Le denunce a vuoto e l’impotenza del diritto

di Giuseppe Gagliano –

L’accusa lanciata dall’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, contro Israele ha un peso giuridico e politico rilevante. Parlare di “cambiamento demografico permanente” nei territori palestinesi occupati significa indicare non una violazione episodica, ma un processo strutturale capace di modificare in modo irreversibile la composizione umana e territoriale di Gaza e della Cisgiordania. Una formulazione che richiama il lessico della pulizia etnica e descrive una dinamica fatta di svuotamento, compressione e spostamento della popolazione palestinese.
Le parole dell’Onu trovano fondamento nei fatti: distruzione massiccia delle infrastrutture, mortalità civile elevata, uso della fame e degli aiuti come strumenti di pressione, restrizioni diffuse e difficoltà di accesso alle cure. In Cisgiordania, inoltre, l’espansione del controllo israeliano e l’estensione dell’autorità civile su aree finora amministrate militarmente suggeriscono un consolidamento dell’annessione. Non si tratterebbe più soltanto di occupazione temporanea, ma di un assetto destinato a stabilizzarsi.
Il punto critico, tuttavia, è un altro. Le denunce dell’Onu, pur fondate, si scontrano con un limite evidente: l’organizzazione può descrivere e condannare le violazioni, ma non dispone della forza politica per fermarle. Il rapporto presentato da Türk documenta un disastro umanitario che in altri contesti provocherebbe reazioni immediate. Oltre l’80 per cento delle infrastrutture di Gaza risulta distrutto, la fame persiste nonostante l’arrivo degli aiuti e le vittime continuano anche nei periodi di tregua. In Cisgiordania il rafforzamento del controllo territoriale alimenta il timore di un’annessione di fatto.
Nonostante ciò, il sistema internazionale appare incapace di produrre conseguenze concrete. Le Nazioni Unite mantengono la capacità di definire norme, registrare violazioni e costruire una memoria documentale dei fatti, ma restano prive di strumenti coercitivi quando lo Stato accusato è protetto da rapporti di forza favorevoli e dal sostegno delle grandi potenze.
Un episodio simbolico di questa situazione è il caso del quattordicenne Jad Jadallah, colpito a distanza ravvicinata secondo le immagini e le testimonianze raccolte. Il ragazzo sarebbe rimasto a terra mentre i soccorritori venivano bloccati e le ambulanze fermate. La vicenda, oltre alla tragedia individuale, rappresenta un esempio di come il controllo del territorio consenta anche il controllo delle prove, dei tempi delle indagini e persino del corpo della vittima.
Il trattenimento dei corpi palestinesi da parte delle autorità israeliane rientra in questa logica di dominio: non solo una misura amministrativa o di sicurezza, ma un modo per prolungare il controllo oltre la morte, privando le famiglie della possibilità di celebrare il lutto e trasformando i cadaveri in strumenti di pressione politica. Anche in questo caso l’Onu può denunciare, ma non può imporre la restituzione né sanzionare efficacemente tali pratiche.
Il problema di fondo riguarda la natura stessa del diritto internazionale. Senza una forza politica capace di sostenerlo, esso resta una grammatica priva di strumenti coercitivi. Può stabilire cosa sia illegale e registrare le violazioni, ma non può modificare i rapporti di forza che le rendono possibili.
Ciò non significa che le denunce dell’Onu siano inutili. Esse fissano una verità pubblica, impediscono che l’abuso venga completamente normalizzato e costruiscono una base documentale che in futuro potrebbe essere richiamata per attribuire responsabilità. In questo senso mantengono aperta la distinzione tra legittimità e forza.
Tuttavia non bisogna confondere il valore morale di queste prese di posizione con una reale capacità di intervento. L’Onu non può fermare i raid, imporre corridoi umanitari senza il sostegno delle potenze né impedire l’espansione di politiche territoriali sostenute da equilibri geopolitici favorevoli. La sua autorità resta dunque normativa e simbolica, ma priva di un potere effettivo.
La questione palestinese è diventata così uno dei casi più evidenti della crisi dell’ordine internazionale. Non mancano norme o istituzioni, ma l’applicazione del diritto appare selettiva e subordinata agli equilibri di potere. Ogni denuncia che resta senza effetti rafforza l’idea che il diritto vincoli soprattutto i più deboli, mentre per i più forti resti negoziabile.
In questo contesto le parole dell’Onu sono necessarie e fondate, ma non bastano a cambiare la realtà sul terreno. Il problema non è più stabilire se esista una violazione, bensì il fatto che la violazione continui anche dopo essere stata riconosciuta e condannata. Quando il diritto può soltanto nominare l’ingiustizia senza fermarla, il sistema internazionale rischia di ridursi a una cornice morale, mentre sono i rapporti di forza a determinare i fatti.