
di Guido Keller –
L’Italia si è unita alla maggioranza dei Paesi europei e ad altri Stati partner nel sostenere una dichiarazione di condanna delle recenti misure israeliane nei Territori palestinesi occupati. L’iniziativa è stata presentata alle Nazioni Unite dall’ambasciatore palestinese Riyad H. Mansour a nome del “Gruppo Arabo”, in seguito agli ultimi sviluppi in Cisgiordania.
Durante una conferenza stampa al Palazzo di Vetro, Mansour ha denunciato l’espansione unilaterale della presenza israeliana nei territori palestinesi, ribadendo la netta opposizione a qualsiasi forma di annessione. Secondo il diplomatico, le decisioni israeliane violano gli obblighi previsti dal diritto internazionale e rischiano di compromettere gli sforzi in corso per la pace e la stabilità nella regione.
Alla dichiarazione hanno aderito numerosi Paesi europei, tra cui Italia, Francia, Germania, Regno Unito, Spagna, Grecia, Irlanda, Belgio e Paesi Bassi, oltre alla Delegazione dell’Unione europea. Tra gli Stati extraeuropei si sono uniti anche Canada e Giappone.
L’adesione italiana viene letta come una conferma della linea diplomatica di Roma, orientata al rispetto del diritto internazionale e al sostegno della soluzione dei due Stati. Nel testo, i firmatari condannano “fermamente” le misure israeliane volte ad ampliare la presenza nei territori occupati, definendole contrarie agli obblighi internazionali e chiedendone l’immediata revoca.
Il documento ribadisce inoltre il rifiuto di qualsiasi azione diretta a modificare la composizione demografica o lo status dei territori occupati dal 1967, inclusa Gerusalemme Est, e richiama il parere consultivo della Corte internazionale di giustizia del 19 luglio 2024, riaffermando l’impegno a favore dell’autodeterminazione palestinese e contro le politiche di insediamento.
La dichiarazione conclude sottolineando che la soluzione dei due Stati, con una Palestina indipendente e sovrana accanto a Israele entro confini riconosciuti sulla base delle linee del 1967, resta l’unica via per una pace duratura.
Lo scontro politico sul “Board of peace”.
Mentre all’Onu l’Italia si allinea alla condanna delle misure israeliane, a Roma la politica si divide sull’adesione al cosiddetto “Board of peace” e sul ruolo del Paese come osservatore. Il tema è stato al centro delle comunicazioni del ministro degli Esteri Antonio Tajani alla Camera il 17 febbraio, seguite da un passaggio al Senato in Commissione.
Aprendo il dibattito, Tajani ha invitato a evitare contrapposizioni ideologiche su temi di politica estera: «La crisi di Gaza ci mette alla prova, è una ferita aperta che ha visto l’Italia in prima linea per far tacere le armi». Il ministro ha difeso il piano di pace sostenuto dalle Nazioni Unite, affermando che l’Onu, con la risoluzione 2803, avrebbe fatto proprie le linee del progetto promosso dagli Stati Uniti, basato su demilitarizzazione di Hamas, rafforzamento dell’Autorità palestinese e ripresa degli aiuti umanitari.
«Dire che esistono piani di pace alternativi significa non avere a che fare con la realtà», ha dichiarato Tajani, spiegando che la ricostruzione della Striscia di Gaza sarebbe affidata proprio al Board of peace. L’adesione dell’Italia come osservatore, ha aggiunto, serve a non rinunciare al ruolo del Paese nel Mediterraneo e nella promozione della soluzione dei due Stati. «Non esserci vorrebbe dire contraddire lo spirito dell’articolo 11 della Costituzione, che ci chiede di promuovere ogni sforzo per mantenere la pace», ha detto.
Il ministro ha inoltre rivendicato l’impegno italiano sul piano umanitario e diplomatico, sottolineando le evacuazioni e i ricongiungimenti effettuati e ribadendo il sostegno alle riforme dell’Autorità nazionale palestinese. «La violenza deve cessare, vale anche per i coloni in Cisgiordania. Chiediamo a Israele di porre un freno alle aggressioni dei coloni e condanniamo ogni annessione», ha affermato.
Sul fronte politico, però, la maggioranza ha trovato un’opposizione compatta. Alla Camera sono state presentate due risoluzioni: una di sostegno alle comunicazioni del ministro e una contraria, firmata unitariamente dalle opposizioni.
La segretaria del Partito democratico, Elly Schlein, ha accusato il governo di voler aggirare i limiti costituzionali: «State cercando di aggirare un divieto giocando sulle parole con il ruolo di osservatore. L’alternativa era dire no e tenere la schiena dritta». Schlein ha poi attaccato direttamente la presidente del Consiglio: «Meloni si è rivelata incapace di dire di no a Trump. Le chiedo di non partecipare e di non far partecipare l’Italia».
Duri anche i toni del Movimento 5 stelle, con il capogruppo Riccardo Ricciardi che ha definito il Board «un comitato d’affari che punta a delegittimare gli organismi internazionali». L’unica eccezione nel campo del centrosinistra è stata quella di Luigi Marattin, del Partito Liberal Democratico, che ha sostenuto la partecipazione italiana come osservatore «per tenere accesa l’unica fiammella di pace».
La risoluzione di sostegno al governo è comunque passata senza difficoltà, con 183 voti favorevoli, sancendo l’appoggio della maggioranza alla linea di Tajani.
Il dibattito resta aperto, mentre sul piano internazionale l’Italia continua a ribadire il proprio sostegno al diritto internazionale e alla prospettiva dei due Stati come soluzione al conflitto israelo-palestinese.











