di Enrico Oliari –
Il vertice dei paesi esportatori di petrolio tenutosi ieri a Vienna sì è rivelato un boccone amaro per molti, dopo che ha prevalso la linea dell’Arabia Saudita di non tagliare la produzione attuale di 30 milioni di barili al giorno e di lasciare che il prezzo del greggio sia determinato dal mercato: il prezzo del Brent, dopo che è rimasto negli ultimi tre anni a 100 dollari, negli ultimi tempi è crollato ai 72, 90 dollari al barile di oggi, mentre il Wti statunitense è arrivato a 67,75 dollari.
Il primo a dare notizia della clamorosa decisione è stato il ministro saudita del Petrolio, Ali bin Ibrahim al-Naimi, il quale è uscito dalla riunione con aria evidentemente soddisfatta: a chi gli chiedeva se fosse vero che l’Opec avesse deciso di non tagliare la produzione, al-Naimi ha risposto con un laconico ma incisivo “esatto”, un’affermazione subito confermata dal collega kuwaitiano Ali al-Omair, il quale ha comunicato ai giornalisti che non c’è stato “nessun mutamento” degli obiettivi produttivi.
La cosa ha spiazzato Stati Uniti, Iran, Russia e Messico, uniti pur con intenti diversi in un fronte che a tutti i costi voleva il taglio della produzione in modo da alzare i prezzi.
Per dare un esempio della disfatta basta rifarsi al recente intervento del ministro delle Finanze russo, Anton Siluanov, ad un forum sull’economia del 24 novembre scorso, dove ha ammesso che “Stiamo perdendo 40 miliardi di dollari all’anno a causa delle sanzioni e stiamo perdendo circa 90 – 100 miliardi di dollari l’anno a causa del calo del 30% del prezzo del petrolio”. Una batosta, se si pensa che l’introito per la vendita di gas all’Unione Europea è di 130 miliardi di dollari l’anno, cosa che rappresenta buona parte dell’export (la vendita di armi assicura 15,7 miliardi di dollari).
Tuttavia se Mosca piange, Washington non ride, poiché il mancato aumento del prezzo del petrolio mette fuori gioco la produzione di shale oil, dove gli Stati Uniti sono primi produttori: per stare nelle spese di produzione dal scisto bituminoso sono necessari complessi procedimenti chimici, per cui il prezzo del petrolio deve stare sopra i 100 dollari. Risulta così che la cordata capeggiata dall’Arabia Saudita abbia voluto mettere in ginocchio la produzione Usa, certamente per continuare ad esportare l’oro nero senza temere la riduzione delle proprie fette di mercato.
Tuttavia è bene tenere presente che sono stati gli stessi statunitensi a tirarsi la zappa sui piedi, in quanto negli ultimi tempi i produttori di Oltreoceano hanno fatto crescere la prioria produzione al fine di non dipendere dalle importazioni, passando dai quasi 9 milioni di barili acquistati all’estero a 7 milioni, cosa che ha causato un surplus di greggio disponibile sul mercato. L’eccesso di offerta si è accompagnato alla crisi economica dei paesi industrializzati, dove la richiesta di greggio è calata.
La dura legge del mercato ha quindi aperto una grossa crepa in quello che fino ad oggi era il cartello dei membri Opec, con i paesi del Golfo che hanno potuto giocare sul fatto che dalle loro parti i costi di estrazione sono molto bassi. Il loro timore è stato che la comparsa sul mercato di altri paesi produttori non facenti parte dell’Opec, i quali già oggi estraggono il 60% della richiesta, possa gradualmente metterli da parte.
Il vertice di Vienna ha eletto il nuovo presidente, che sarà in carica dal 1 gennaio 2015 e che sarà anche la prima donna a ricoprire tale ruolo: si tratta della nigeriana Diezani Alison-Madueke, attuale ministro del Petrolio del proprio paese.
Il prezzo al consumo è destinato a scendere nei prossimi giorni: in Italia non sarà avvertito subito e comunque sarà modesto, in quanto presso le pompe di benzina per qualche settimana vi sarà ancora il carburante acquistato in precedenza, e comunque le accise sono tanto veloci a venire quanto lente ad andarsene.
Organization of the Petroleum Exporting Countries (Opec)
Algeria
Angola
Libia
Nigeria
Iran
Iraq
Kuwait
Qatar
Arabia Saudita
Emirati Arabi Uniti
Ecuador
Venezuela

