di C. Alessandro Mauceri

Qualche settimana fa, forse perché in cerca di pubblicità o forse perché realmente sensibile al problema, l’attrice Gwyneth Paltrow ha lanciato la sua sfida: cercherà di vivere una settimana con 29 dollari.

Immediata la critica di alcuni giornali: 29 dollari potrebbero essere pochi per vivere una settimana (e quindi significare “povertà”) ma potrebbero anche essere più che sufficienti. Tutto dipende da dove si vive.

Nonostante spesso si parli di “povertà” (e basta), questo concetto è strettamente legato al paese in cui si vive. Un aspetto ben noto tanto che Martin Ravallion lo riportò nel suo libro Poverty freak: A Guide to Concepts and Methods. Ma che pare essere stato dimenticato da molti.

Più di recente, per capire quali siano realmente le soglie di povertà in alcuni Paesi è stato lanciato il progetto The Poverty Line: obiettivo principale di questo studio è comprendere meglio qual’è la soglia che divide il povero dal non povero, e che corrisponde al livello minimo di entrate considerate adeguate per sopravvivere in vari Paesi del mondo. Una “soglia” che è più alta nei paesi più sviluppati mentre è più bassa in quelli più poveri. Varia anche a seconda delle norme sociali e ai valori, del livello di sviluppo di una paese, della civiltà e del contesto urbano.

Ad esempio, secondo uno studio finanziato dalla Banca Mondiale, in America si è poveri se si hanno, per vivere, meno 4.91 dollari al giorno (da qui i 29 dollari alla settimana dell’attrice). Non in tutta l’America ma solo nell’America settentrionale. In Brasile si può vivere (senza essere considerati poveri) con meno di un terzo (1,23 dollari al giorno).

Interessanti i risultati della ricerca riguardanti l’Unione Europea: a dispetto dell’essere un unico mercato con regole e norme comuni (e, spesso, una moneta uguale), il costo della vita è molto diverso da paese a paese. E, di conseguenza, il livello di povertà. Se in Danimarca e in Olanda bastano poco più di cinque dollari al giorno per vivere, in altri paesi limitrofi con la stessa somma non sarebbe possibile neanche sopravvivere: in Norvegia, in Svizzera e nel Regno Unito sono necessari circa dieci dollari al giorno.

Per strano che possa sembrare, anche in paesi “ricchi” come gli Emirati Arabi Uniti (al 32 esimo posto al mondo per PIL pro capite) la soglia di povertà è “bassa”: bastano tre dollari al giorno per sopravvivere. Lo stesso in Giappone (22esimi per PIL pro capite), da sempre considerato uno paesi in cui il costo della vita è “alto”. Ebbene nel paese del Sol Levante basano poco più di quattro dollari al giorno per non essere considerati “poveri”. Paradossalmente costa di più la vita alle Mauritius (4,37 dollari al giorno). Ma basta spostarsi non di molto e andare in Madagascar ed ecco che il costo della vita scende: si può sopravvivere con poco più di mezzo dollaro al giorno!

E in Italia? L’Italia si colloca al 33esimo posto su 41 Stati (dell’Unione Europea e dell’Ocse), ossia nella terza fascia inferiore della classifica sulla povertà infantile. Secondo gli esperti dalla Banca d’Italia la soglia di povertà (ma che comprende tutte le spese e non solo quelle per prodotti alimentari) sarebbe di circa 640 Euro al mese. Una situazione che peggiora con un ritmo preoccupante. Secondo uno studio alcuni studio basato sui dati dell’Ufficio Studi Confcommercio che si rifanno a dati Istat, nonostante il costo “normalizzato” di alcuni beni primari sia diminuito, il potere d’acquisto dei cittadini del Bel Paese è diminuito ancora di più. È per questo motivo che, oggi, in Italia, i poveri sono sempre più “poveri”.