di C. Alessandro Mauceri –
E’ di almeno quattro morti il bilancio dell’ennesimo attacco americano in Pakistan: un drone americano ha attaccato un compound nell’area di Shahi Khel, nel Waziristan settentrionale, territorio tribale pachistano al confine con l’Afghanistan. A riportare la notizia è DawnNews Tv che ha specificato che il numero dei morti potrebbe essere maggiore dato che al momento della diffusione della notizia l’attacco era ancora in corso.
La zona oggetto degli attacchi dei giorni scorsi era già oggetto di bombardamenti da parte dei droni statunitensi un anno fa: Amnesty International aveva denunciato attacchi nella regione del Waziristan del Nord, nel Pakistan nord-occidentale. In quella occasione Amnesty International aveva denunciato che numerose persone non legate ad alcun tipo di attività terroristica erano rimaste vittime dei bombardamenti americani.
Dal 2004 ad oggi, secondo la New America Foundation di Washington, gli attacchi e i bombardamenti per mezzo di droni statunitensi sono oltre 350 e il bilancio delle vittime sarebbe compreso tra i 1.963 e i 3.293 la maggior parte dei quali in Pakistan. Un numero di morti che potrebbe essere ancora più elevato: secondo i dati riportati dal Bureau of Investigative Journalism, il numero delle vittime a causa di bombardamenti effettuati dai droni statunitensi oscilla tra i 3.072 e i 4.756 (ma in questo caso comprende, oltre al Pakistan, anche le missioni in Yemen e Somalia).
E molte centinaia sono le vittime occasionali, tra 556 e 1.128, uomini, donne e bambini colpiti dagli attacchi pur non essendo un bersaglio strategico e che non faceva parte di alcun gruppo armato di terroristi.
La decisione degli Usa di continuare ad utilizzare questo sistema per la propria presunta lotta al terrorismo viola non solo la sovranità di uno stato sovrano come il Pakistan, ma anche le indicazioni delle Nazioni Unite. Già nel 2013 le Nazioni Unite avevano raccolto il parere del governo di Islamabad nell’ambito dell’inchiesta a carico degli USA sull’impatto sui civili dell’uso degli aerei pilotati in remoto e degli omicidi mirati. Alle proteste del governo pakistano è seguita la decisione del 2014 dell’Human Rights Council delle Nazioni Unite di aprire un’indagine indipendente sull’uso dei droni.
In realtà esistono molte ombre anche sul fatto se gli attacchi statunitensi fossero autorizzati o meno. Da un lato, infatti, è stata netta la denuncia della violazione del proprio territorio da parte delle autorità pakistane. “La posizione del governo è abbastanza chiara”, ha detto Emmerson, l’inviato delle Nazioni Unite per i diritti umani e l’antiterrorismo, “non autorizza gli Stati Uniti a usare i droni sul proprio territorio e lo considera una violazione della sovranità e dell’integrità territoriale”. Dall’altro, secondo alcuni documenti riservati resi noti dal Washington Post, il governo pakistano era stato messo a conoscenza degli attacchi dalla Cia.
Forse, proprio a seguito di questa indagine le violazioni dello spazio aereo e dei diritti territoriali pakistani da parte degli Usa erano diminuite.
Nei giorni scorsi, però, pare che il governo americano abbia dato il via ad una nuova escalation di violenza.
E gli eventi dei giorni scorsi dimostrano che né le proteste del governo pakistano né quelle delle organizzazioni internazionali né, tantomeno, le iniziative avviate dalle Nazioni Unite sono servite a far cessare l’utilizzo di queste macchine da guerra.
Con il risultato che, ad oggi, secondo i dati ufficiali forniti dal governo pakistano, i morti civili sarebbero tra i 400 egli 800.

