di Giuseppe Gagliano –
La 80ma Assemblea generale delle Nazioni Unite, che si aprirà a New York il 9 settembre, potrebbe passare alla storia come la sessione in cui lo Stato di Palestina otterrà il riconoscimento ufficiale da parte di una maggioranza dei 193 membri. Francia, Belgio e Canada hanno già annunciato la loro intenzione di sostenere questa linea, mentre altri Paesi, dall’America Latina all’Africa, si preparano a fare altrettanto. Un gesto simbolico ma potentissimo, che incide direttamente sulla legittimità internazionale del conflitto israelo-palestinese e sulle prospettive di una pace negoziata.
A rendere esplosivo il quadro è la scelta americana di negare i visti a circa 80 delegati palestinesi, compreso il presidente Mahmoud Abbas. Una decisione che non è solo una forzatura giuridica rispetto all’accordo del 1947 che regola i rapporti tra ONU e Stati Uniti, ma che rischia di isolare Washington di fronte a una comunità internazionale sempre più insofferente verso la sua gestione del dossier mediorientale. L’Unione europea, pur divisa su molti fronti, ha chiesto a gran voce un ripensamento, segnalando quanto sia fragile l’equilibrio tra l’alleanza atlantica e la sensibilità crescente verso il mondo arabo.
Per Israele il riconoscimento della Palestina non ha effetti immediati sul terreno, dove il potere resta quello delle forze armate e delle operazioni di sicurezza. Tuttavia, sposta il baricentro della legittimità internazionale. Se decine di Stati iniziano a trattare la Palestina come entità sovrana, Tel Aviv dovrà fare i conti con nuove pressioni: possibili limitazioni alle esportazioni militari verso Paesi arabi, un rafforzamento della cooperazione tra eserciti del Golfo e forze palestinesi, e un irrigidimento dei rapporti con le Nazioni Unite in caso di operazioni militari a Gaza o in Cisgiordania.
Il riconoscimento formale comporta implicazioni economiche significative. La Palestina potrebbe ottenere accesso diretto a programmi di aiuto multilaterali, linee di credito della Banca Mondiale o iniziative di sviluppo dell’ONU senza passare attraverso Israele. Inoltre, lo status statuale aprirebbe la strada a nuovi accordi commerciali con Paesi arabi, rafforzando una rete economica che potrebbe sottrarre al controllo israeliano flussi finanziari e doganali. Per Israele, significherebbe perdere parte del “vantaggio strutturale” con cui ha condizionato per decenni l’economia palestinese.
Il confronto va ben oltre il Medio Oriente. La battaglia diplomatica in seno all’ONU è lo specchio delle nuove fratture globali: da una parte gli Stati Uniti e una parte del blocco occidentale, timorosi di compromettere l’asse con Israele; dall’altra, un’ampia coalizione che comprende Paesi emergenti, Unione Africana, mondo arabo e perfino alcuni alleati tradizionali di Washington. È la dimostrazione che il multipolarismo non è più un progetto teorico, ma una dinamica già operante che sfida il primato diplomatico americano.
Il dossier palestinese rischia di eclissare altri temi cruciali: la guerra in Ucraina, il disarmo, la regolazione delle materie prime, la lotta al debito estero. Ma in realtà le questioni sono interconnesse. L’isolamento degli Stati Uniti su un tema tanto simbolico come la Palestina potrebbe ridurre la loro capacità di guida anche su questioni economiche globali. In un mondo che discute di riforma delle istituzioni finanziarie internazionali e di ridistribuzione delle risorse energetiche, il fattore politico diventa decisivo.
Il mancato accesso dei delegati palestinesi a New York rischia di trasformare l’Assemblea in un banco di prova sulla credibilità dell’ONU stesso. Se la sede nata per rappresentare la comunità internazionale si piega al veto del Paese ospitante, il messaggio che arriverà al resto del mondo sarà devastante: che la legalità internazionale è subordinata alla volontà delle grandi potenze. Ed è proprio questo il terreno su cui si gioca, oggi, la vera partita geopolitica.




