di Giuseppe Gagliano

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha ordinato alla sua coalizione di governo di sospendere i disegni di legge per l’annessione della Cisgiordania, dopo le critiche esplicite provenienti da United States government. La decisione arriva a meno di ventiquattr’ore dall’approvazione preliminare di due bozze legislative alla Knesset, relative all’annessione dei territori della Cisgiordania e del blocco di insediamenti di Ma’ale Adumim. L’intervento diretto di Donald Trump, che ha escluso ogni possibilità di annessione per non compromettere gli equilibri regionali, ha costretto Netanyahu a disinnescare una mossa politica esplosiva.

Il presidente americano ha ricordato di aver dato garanzie ai Paesi arabi sull’impegno di Washington a bloccare qualsiasi tentativo di annessione unilaterale. La questione della Cisgiordania rappresenta, per Arabia Saudita, Giordania e Turchia, una linea rossa invalicabile: l’annessione chiuderebbe di fatto ogni spazio politico per la soluzione a due Stati e per il piano di stabilizzazione di Gaza, pilastro della proposta americana di cessate il fuoco. In una dichiarazione congiunta, 15 Paesi arabi e musulmani hanno condannato il voto parlamentare israeliano, ribadendo la loro opposizione a qualsiasi modifica unilaterale dei confini.

Netanyahu ha definito il voto una provocazione dell’opposizione per creare attrito con Washington durante la visita del vicepresidente James David Vance. Ha sottolineato che il Likud e i partiti religiosi non hanno sostenuto i testi di legge, isolando di fatto il fronte favorevole all’annessione. Solo il deputato Yuli Edelstein si è espresso a favore, rompendo la disciplina di partito. In questo scenario, le bozze legislative appaiono destinate a restare ferme, almeno finché la pressione americana resterà alta.

La posizione americana, espressa in modo netto da Trump e Vance, mira a mantenere coeso il fronte arabo necessario a finanziare e partecipare alla futura forza multinazionale di stabilizzazione per Gaza. L’annessione, oltre a minare i negoziati sul cessate il fuoco, rischierebbe di bloccare il processo di normalizzazione dei rapporti tra Israele e i Paesi arabi nell’ambito degli Accordi di Abramo. Washington punta a un’intesa regionale che includa anche l’Arabia Saudita, ma la guerra di Gaza ha congelato i colloqui e inasprito la sensibilità politica nel mondo arabo.

Il segretario di Stato Marco Rubio, in visita in Israele, ha minimizzato la portata del voto parlamentare definendolo uno stratagemma politico. Ha espresso fiducia nei progressi verso un cessate il fuoco a Gaza, sottolineando che più Paesi sono pronti a normalizzare i rapporti con Israele una volta raggiunto un accordo regionale. La Casa Bianca intende quindi evitare ogni gesto che possa far saltare l’equilibrio negoziale, puntando su un’architettura diplomatica costruita sulla deterrenza e sugli incentivi economici.

Il dietrofront di Netanyahu non è solo un segnale di prudenza tattica, ma evidenzia la dipendenza strutturale di Israele dall’appoggio politico, militare ed economico degli Stati Uniti. La priorità di Washington è contenere l’escalation e consolidare un fronte regionale favorevole, mentre Tel Aviv deve muoversi in un quadro sempre più condizionato dagli equilibri arabi e dalla diplomazia americana. In questo scenario, la questione della Cisgiordania resta una mina geopolitica sospesa, pronta a riaccendersi al mutare dei rapporti di forza.