Palestina. Washington chiude le porte a Mahmoud Abbas

di Giuseppe Gagliano –

Gli Stati Uniti hanno deciso di negare il visto al presidente dell’Autorità Palestinese Mahmoud Abbas, impedendogli di recarsi a New York per l’Assemblea Generale dell’ONU di settembre. Una mossa che non ha precedenti da decenni e che allinea in maniera ancora più evidente la Casa Bianca alle posizioni di Israele. L’obiettivo, nemmeno troppo nascosto, è privare di legittimità l’Autorità Palestinese, mettendola sullo stesso piano di Hamas, così da spegnere sul nascere ogni prospettiva di riconoscimento statuale.
Formalmente, Washington si appella all’“accordo sulla sede centrale” del 1947, che consente eccezioni per motivi di sicurezza nazionale. Ma nella sostanza, la decisione è politica: bloccare un vertice straordinario, convocato da Emmanuel Macron e sostenuto da Arabia Saudita e Gran Bretagna, che avrebbe portato la Francia a riconoscere ufficialmente lo Stato di Palestina. Con ciò Parigi si sarebbe unita a una schiera di oltre 140 Paesi già favorevoli, trasformando l’Assemblea Generale in un palcoscenico di legittimazione internazionale dei palestinesi.
Il ministro degli Esteri israeliano Gideon Saar ha parlato di “decisione coraggiosa” da parte dell’amministrazione Trump. Ma in Europa la mossa americana rischia di creare nuove fratture. La Francia è pronta a un passo storico, mentre altri partner occidentali, cioè Canada, Australia e Gran Bretagna, si preparano a riconoscere formalmente la Palestina. Si tratta di un fronte che, per la prima volta da anni, mette in discussione la leadership diplomatica di Washington sulla questione israelo-palestinese.
Dietro il braccio di ferro diplomatico c’è l’impatto devastante del conflitto su Gaza. Con decine di migliaia di vittime civili e una carestia diffusa, diversi governi occidentali vedono nel riconoscimento palestinese un modo per sbloccare una dinamica altrimenti senza via d’uscita. Per Israele e Stati Uniti, al contrario, concedere legittimità a Ramallah equivarrebbe a rafforzare le rivendicazioni territoriali e a limitare la libertà d’azione militare. Il risultato è un cortocircuito tra diplomazia e guerra, dove le sanzioni economiche, gli aiuti internazionali e il controllo delle risorse diventano strumenti di pressione tanto quanto le armi.
Il gesto americano richiama un episodio del 1988, quando Yasser Arafat si vide negare il visto e l’ONU si riunì a Ginevra. Oggi, come allora, la questione mette in discussione la neutralità della sede delle Nazioni Unite. Il portavoce dell’ONU, Stéphane Dujarric, ha annunciato colloqui con il Dipartimento di Stato. Ma è evidente che il diritto internazionale si scontra con la volontà politica delle grandi potenze: Washington non intende permettere che l’ONU diventi il teatro di un riconoscimento che minerebbe il patto strategico con Israele.
La decisione americana rischia di accelerare lo spostamento degli equilibri. L’Europa, o almeno una parte di essa, mostra la volontà di emanciparsi dalla mediazione statunitense. I Paesi arabi più influenti, come l’Arabia Saudita, colgono l’occasione per riaffermare un ruolo negoziale. E i palestinesi si trovano sospesi tra l’occasione storica di un riconoscimento formale e il rischio di vedere nuovamente frustrate le proprie ambizioni. In questa cornice, l’esclusione di Abbas dall’ONU appare come un segnale forte: gli Stati Uniti intendono dettare i tempi e i modi della questione palestinese, anche a costo di sfidare apertamente la comunità internazionale.