di Giuseppe Gagliano –
Con l’entrata in vigore della Legge 508, Panama rende operativo l’accordo di scambio di informazioni tributarie con l’Ecuador firmato il 14 agosto 2025. Detto in modo brutale: si chiude un contenzioso che per anni ha fatto più danni di una tariffa doganale, perché ha avvelenato fiducia, investimenti e rapporti politici. La norma è ormai pienamente parte dell’ordinamento panamense dopo l’approvazione dell’Assemblea e la sanzione presidenziale di José Raúl Mulino: da questo momento, la cooperazione fiscale non è più una promessa ma una procedura.
Il punto politico è che entrambe le parti hanno scelto di “normalizzare” senza umiliare l’altro. L’Ecuador aveva messo Panama nella lista dei paradisi fiscali e questo aveva scatenato ritorsioni panamensi (il vecchio Decreto 13 del 2012). Il nuovo accordo ha funzionato come un interruttore: Quito ha tolto Panama dalla lista, Panama ha cancellato le contromisure (Decreto del Consiglio dei Ministri 39-25 del 16 dicembre 2025). E adesso arriva l’ultimo sigillo, la Legge 508, che rende la cosa esecutiva.
La sostanza dell’accordo è tecnica ma l’effetto è politico: lo scambio di informazioni avviene su richiesta, in modo automatico o spontaneo. E soprattutto le autorità possono trasmettersi dati anche se la parte che risponde non ha un interesse fiscale diretto. Tradotto: non si può più far finta di niente solo perché “a me non serve”.
L’elenco delle informazioni coperte è quello che di solito fa venire l’orticaria a chi vive di triangolazioni: dati bancari, contabilità, strutture societarie e – punto sensibile – informazioni sui beneficiari effettivi, anche quando di mezzo ci sono istituti finanziari. In più c’è una clausola di riservatezza molto rigida: le informazioni non diventano merce da scambiare nel dibattito politico, ma strumenti utilizzabili solo per finalità fiscali e per i procedimenti connessi.
Per Panama, la posta in gioco è la reputazione. Non basta essere un hub logistico e finanziario se poi ti resta addosso l’etichetta del porto franco dell’elusione. Questo accordo è un investimento sul “brand Paese”: più compliance, più accesso ordinato ai capitali legittimi, meno rischio di frizioni con vicini e partner commerciali.
Per l’Ecuador, invece, il cuore è l’efficacia fiscale: recuperare base imponibile, ridurre l’erosione delle entrate e rafforzare la capacità investigativa. In un’America Latina dove le finanze pubbliche sono spesso fragili e la sicurezza costa, il fisco è una leva di stabilità interna tanto quanto una riforma di polizia.
Sul commercio bilaterale l’effetto è indirettamente positivo: meno ritorsioni, meno attriti nelle operazioni, più spazio per investimenti e per l’integrazione tra servizi panamensi (logistica, finanza) e export ecuadoriano (alimenti, materie prime, manufatti). Ma non è un pranzo gratis: maggiore trasparenza significa anche maggiore controllo, dunque costi di adeguamento per intermediari e imprese.
Qui la cosa interessante è il contesto. Mulino e Noboa hanno legato la questione fiscale a un pacchetto più ampio: cooperazione economica e sicurezza regionale. È una tendenza ormai strutturale: la trasparenza fiscale non è più solo tema da ministeri delle Finanze, ma pezzo della sicurezza (flussi illeciti, riciclaggio, reti criminali) e della diplomazia (chi coopera viene “riammesso”, chi non coopera viene isolato).
In pratica, l’accordo spinge Panama a dimostrare che il suo sistema può restare competitivo senza essere ambiguo. E consente all’Ecuador di presentarsi come Stato che non rincorre solo misure punitive, ma costruisce strumenti di cooperazione.
L’accordo prevede anche la possibilità di respingere richieste non conformi o contrarie all’ordine pubblico, ma con obbligo di motivazione formale. È una clausola necessaria, ma è anche il punto dove possono riaprirsi frizioni: se una parte comincia a usare il “rifiuto” come arma politica, il meccanismo si inceppa. Viceversa, se si consolida una prassi tecnica affidabile, questa Legge 508 diventa un precedente replicabile in altre crisi fiscali regionali.
In sintesi: Panama ed Ecuador hanno trasformato una disputa da “lista nera” in un dispositivo di cooperazione. È meno spettacolare di un vertice presidenziale, ma spesso è molto più decisivo: perché quando il fisco smette di essere guerra, torna ad essere infrastruttura dello Stato.




