di Giuseppe Gagliano –
José Raúl Mulino non sta semplicemente difendendo l’orgoglio nazionale: sta trasformando una disputa tecnica in una leva politica. Il messaggio è lineare: finché Panama resterà nella lista europea delle giurisdizioni fiscali non cooperative, le imprese europee resteranno fuori dagli appalti pubblici panamensi. Non è una sanzione in senso stretto, perché l’Unione Europea non applica automaticamente misure punitive, ma è un marchio che pesa: reputazione, fiducia, costo del denaro, accesso ai finanziamenti. Mulino risponde con una contromisura speculare e immediata, che colpisce dove fa più male: il portafoglio e la presenza industriale.
Il governo panamense, attraverso il ministro dell’Economia Felipe Chapman, mantiene un registro più prudente: dialogo continuo con Bruxelles, adeguamenti normativi, impegni tecnici già rispettati, e una previsione ottimistica di uscita dalla lista tra fine 2026 e inizio 2027. Ma Mulino alza il livello. E lo fa perché, in politica interna, mostrarsi “accondiscendenti” verso l’Europa su un tema tanto sensibile come la trasparenza fiscale equivale a regalare spazio agli avversari.
Il cuore della contestazione europea non è l’esistenza di un sistema finanziario internazionale, ma l’idea che troppe società possano risultare formalmente registrate senza un’attività reale. La “sostanza economica” significa presenza fisica, personale, decisioni prese sul territorio, operatività verificabile. Panama sostiene di aver corretto molte lacune con modifiche legislative e di stare completando il percorso. L’Unione Europea, però, ragiona per standard e per precedenti: se concede un’uscita “politica” senza piena conformità, indebolisce l’intero meccanismo.
Qui sta l’asimmetria: Bruxelles si muove con tempi burocratici, Panama con tempi politici. Il risultato è uno scontro di calendari. Mulino punta già alla revisione di ottobre, ma nel frattempo mantiene il veto: una pressione costante, non un gesto simbolico.
Il rischio più immediato riguarda i grandi progetti infrastrutturali, come la ferrovia al confine, e in generale tutte le opere che richiedono consorzi internazionali, tecnologie avanzate, capacità di finanziamento. Escludere le imprese europee riduce la concorrenza e può far aumentare i costi per lo Stato panamense, oltre a rallentare le gare se mancano candidati con requisiti adeguati.
Dall’altra parte, Mulino scommette su un calcolo: l’esclusione europea può accelerare l’ingresso di concorrenti extraeuropei, rafforzando l’idea che Panama non dipenda da un solo bacino industriale. Ma c’è un prezzo potenziale: se l’etichetta europea continua a produrre effetti reputazionali, i finanziatori internazionali potrebbero chiedere margini più alti, garanzie aggiuntive, o condizioni più rigide. In breve: il costo del capitale può salire proprio mentre Panama vuole investire.
Lo scenario migliore per Panama è un doppio binario: mantenere il veto come strumento negoziale, ma arrivare in autunno con un pacchetto di conformità tale da rendere politicamente conveniente a Bruxelles rimuovere il Paese dalla lista. Lo scenario peggiore è l’incancrenirsi del contenzioso: più mesi in lista, più diffidenza, più frizioni commerciali.
Panama non è un Paese qualunque: la sua centralità logistica fa sì che ogni scelta sugli appalti sia anche una scelta sulla sicurezza delle infrastrutture. Il veto alle imprese europee non è una mossa militare, ma ha effetti strategici perché incide su chi costruisce, gestisce e mantiene asset critici. Se gli operatori europei vengono esclusi, si apre spazio ad altri soggetti. E quando si parla di infrastrutture in un nodo globale, la distinzione tra economia e sicurezza è sottile.
In sostanza, Mulino sta dicendo all’Europa: se mi mettete un marchio addosso, io ridisegno i miei partner. È una logica di deterrenza commerciale applicata a un territorio che vive di fiducia e connettività.
Questa vicenda racconta una tendenza più ampia: gli strumenti “tecnici” diventano strumenti di potere. L’Unione Europea usa liste, standard e procedure per orientare i comportamenti altrui; gli Stati colpiti rispondono con misure di ritorsione economica. È la geoeconomia in forma pura: non si impongono dazi, si gestiscono accessi. Non si minacciano sanzioni, si cambia il perimetro delle opportunità.
Mulino, inoltre, parla anche ad altri Paesi latinoamericani e caraibici: la posizione europea può essere definita “discriminatoria” e quindi contrastata. Bruxelles, invece, deve evitare che la sua lista si trasformi in un boomerang politico, soprattutto se altri governi adottassero misure simili negli appalti pubblici.
Il punto non è solo uscire da una lista. Il punto è chi decide le regole e chi ne paga il costo. Panama sta tentando di convertire un giudizio europeo in un negoziato paritario: voi mi etichettate, io vi escludo. L’Unione Europea, dal canto suo, deve scegliere se irrigidire la linea per salvaguardare la credibilità del sistema o se accompagnare l’uscita di Panama per evitare che la disputa diventi un precedente politico pericoloso.
In mezzo, ci sono gli appalti, gli investimenti, la fiducia dei mercati e la stabilità di un Paese che vive di connessioni. E quando la fiducia diventa la moneta principale, anche una lista amministrativa può trasformarsi in un’arma.




