di Enrico Oliari –
Dopo essersi salutati brevemente all’apertura del settimo vertice delle Americhe in corso a Panama e scambiatisi reciprocamente ed in tempi diversi dal palco degli oratori i buoni propositi, il presidente degli Stati Uniti Barak Obama e quello di Cuba Raul Castro si sono incontrati in un colloquio a margine del convegno, in una saletta quasi improvvisata dove neppure gli interpreti sapevano dove sedersi. Una saletta che è passata alla storia, e che ha ospitato un faccia a faccia che non avveniva dal 1959, quando Fidel Castro, fratello di Raul, aveva visto l’allora capo della Casa Bianca Richard Nixon a Washington.
E’ stato il continuo di quel “todos somos americanos” di Obama del 17 dicembre scorso, quando si era sentito al telefono con Castro per 45 minuti, una frase stampata nella storia che suona come quella di uno dei suoi predecessori, John Fitzgerald Kennedy, il quale esclamò “Ich bin ein Berliner”.
L’incontro è durato un’ora e si è tenuto a porte chiuse, secondo quanto lo stesso Obama aveva affermato poche ore prima, e cioè che “La guerra fredda è finita da tempo, ed io non sono interessato a battaglie iniziate prima che io nascessi”: “Gli Stati Uniti non rimarranno prigionieri del passato”, ne’ per quanto riguarda Cuba, ne’ per quanto riguarda il resto dell’area, poiché “Gli Usa guardano avanti”. Un’evoluzione che, come ha sottolineato Castro, richiede pazienza. E rispetto delle differenze, ha aggiunto Obama.
E al termine del colloquio Obama, che ha parlato di “conversazione schietta e fruttuosa”, si è detto “ottimista”, fiducioso che “si continueranno a fare progressi”, per quanto vi siano “visioni molto diverse su come la società dovrebbe essere organizzata e io sono stato molto chiaro con lui”. Gli Usa sosterranno sempre la democrazia, ma è certo che “Cuba non è una minaccia per gli Stati Uniti”.
Il presidente Usa ha quindi comunicato che “Vogliamo stabilire relazioni diplomatiche” con Cuba, ed ha fatto sapere di aver chiesto al Congresso di operare per la sospensione dell’embargo.
Da parte sua Raul Castro ha definito Obama uomo ”onesto” e ”umile”, ”non responsabile per i dieci presidenti che lo hanno preceduto”. Ha quindi aggiunto che è ”coraggiosa” la decisione di voler migliorare le relazioni fra i due paesi, pur ribadendo che Cuba non sarebbe tuttavia dovuta essere inserita nella lista dei paesi che sostengono il terrorismo, alla quale è stata aggiunta nel 1982; Obama ha garantito che la cancellazione dall’elenco arriverà “nei prossimi giorni”, e che il dossier è nelle mani del Dipartimento di Stato, quasi pronto per la firma del presidente.
Il meccanismo è, insomma, oleato e in funzione: come primo effetto vi è già stata la reciproca restituzione di spie e di prigionieri, mentre a Panama è stato dato il via alla riapertura delle reciproche rappresentanze diplomatiche.
Gli Usa avevano interrotto le relazioni con il “regime leninista, socialista, anti-imperialista” il 3 gennaio 1961.
Da allora di acqua sotto i ponti ne è passata molta, fatta di reciproci arresti di spie, di profughi in fuga, ma anche del rischio di una vera e propria guerra su larga, quando nel 1962 l’Unione Sovietica istallò a Cuba testate nucleari per scongiurare il ripetersi di operazioni come quella della Baia dei Porci, quando vi fu il fallito tentativo ad opera di esuli cubani e di mercenari, addestrati dalla CIA, di conquistare Cuba.
La normalizzazione dei rapporti fra i due paesi rientra nel quadro della politica estera del premio Nobel per la Pace Barak Obama, il quale, giungendo alla fine del suo secondo mandato, avrebbe voluto lasciare in eredità agli Usa e al mondo lo stemperamento di tre annose crisi: Cuba, Palestina e Iran.

