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La cordata internazionale di imprese Gupc (Grupo Unidos para el Canal), alle quali partecipano la spagnola Sacyr, l’italiana Salini Impregilo, la belga Jan de Nul e la panamense Constructora Urbana, lo avevano minacciato e l’hanno fatto: due giorni fa hanno interrotto i lavori di ampliamento del Canale di Panama in quanto si sono viste lievitare di 1,625 miliardi i costi per l’opera rispetto ai 3,1 mld di dlr preventivati a causa delle difficoltà del terreno e di altri problemi, ovvero “circostanze sopravvenute e impreviste, non dipendenti dagli operatori”.

Un simile aumento dei costi del progetto, che ha come obiettivo l’aumento di capacità degli 80 km. di canale per arrivare al raddoppio del traffico circolante (già oggi vi passa il 5 per cento del traffico commerciale navale mondiale) aveva fatto scattare il presidente di Panama, Ricardo Martinelli, il quale aveva annunciato un viaggio in Spagna e in Italia per “esigere dai Governi dei due Paesi” la ripresa dei lavori: Martinelli ha fatto sapere di volersi appellare alla “responsabilità morale” dei due esecutivi, ricordando che nel suo primo anno di mandato, nel 2009, “i presidenti dei due governi avevano assicurato il loro sostegno per realizzare questo progetto”.

Oggi le aziende interessate hanno avanzato “una nuova proposta” per mettere fine alla disputa in corso da settimane con l’Autorità del canale di Panama (Acp) ed hanno “affrontato le preoccupazioni dell’Acp, garantendo i fondi necessari per completare l’opera”.

Nella nota diffusa poco dopo lo stop dei colloqui, il Gupc ha sottolineato come “il mancato accordo vedrebbe allontanarsi di qualche anno la messa in opera del nuovo canale in grado di far transitare le navi di maggiori dimensioni rispetto alle attuali e con capacità di carico triple (12.000 contro 4.000 containers) e, di conseguenza, un mancato introito stimabile in 2 miliardi di dollari l’anno solo per il Canale di Panama”.