di Giuseppe Gagliano –
La decisione del Paraguay di designare ufficialmente il Cartello dei Soli venezuelano come organizzazione terroristica segna un passaggio simbolico e politico di grande rilievo. Asuncion si allinea così a Quito, che il 14 agosto aveva intrapreso la stessa strada, e agli Stati Uniti, che da anni considerano il network criminale legato a Nicolás Maduro una minaccia transnazionale. Per il presidente Santiago Peña, manca solo il decreto finale per sancire una misura che va ben oltre il territorio paraguaiano: essa inquadra il Venezuela non più soltanto come un Paese autoritario e in crisi, ma come un attore criminale nel sistema internazionale.
Il Cartello dei Soli non è un’organizzazione parallela al regime, ma la sua proiezione economica e militare. Da oltre un decennio, generali e funzionari chavisti sono accusati di facilitare il traffico di cocaina, armi e denaro per conto dei grandi cartelli latinoamericani, dal Sinaloa messicano al Tren de Aragua. Le Forze Armate venezuelane, sempre più centrali nel mantenimento del potere di Maduro, sarebbero diventate garanti e beneficiarie di queste reti criminali.
Per Asuncion e Quito, dichiarare “terrorista” il Cartello dei Soli significa inquadrare il Venezuela come minaccia diretta alla sicurezza regionale. Non solo narcotraffico, ma anche formazione di milizie clandestine con l’appoggio di ex comandanti delle FARC, utilizzate come braccio armato e strumento di destabilizzazione.
Negli ultimi mesi, le mosse contro Caracas si sono moltiplicate. Washington ha inserito il Cartello dei Soli nella lista delle organizzazioni terroristiche globali e ha alzato la ricompensa per la cattura di Maduro a 50 milioni di dollari, una cifra che supera persino quella fissata a suo tempo per Osama bin Laden. È un messaggio diretto: per gli Stati Uniti, il leader chavista non è più solo un dittatore scomodo, ma il capo di una struttura criminale internazionale.
In parallelo, la crisi interna del Venezuela si aggrava. Con oltre 7 milioni di cittadini emigrati, un’economia al collasso e il crollo del consenso popolare, Maduro ha sempre più bisogno del sostegno delle Forze Armate, alle quali ha delegato potere, risorse e privilegi. Ma proprio questa dipendenza trasforma i generali in soci del Cartello dei Soli, con interessi personali legati alla sopravvivenza del regime.
Il Paraguay e l’Ecuador scelgono la linea dura, ma non tutta l’America Latina è pronta a seguirne l’esempio. Brasile e Messico, ad esempio, restano su posizioni più caute, temendo che la criminalizzazione del regime chavista possa spingere il Venezuela verso una destabilizzazione irreversibile. Tuttavia, la convergenza di Asuncion e Quito, unita alla pressione di Washington, mette gli altri governi davanti a un bivio: trattare Maduro come interlocutore politico o come capo di un’organizzazione criminale.
Se la seconda opzione dovesse prevalere, le conseguenze sarebbero enormi: isolamento diplomatico, restrizioni finanziarie più dure, impossibilità per Caracas di negoziare accordi economici e progressiva esclusione dai circuiti regionali.
La vicenda del Cartello dei Soli non riguarda solo il narcotraffico. Tocca le fondamenta stesse della sicurezza continentale. La rete criminale venezuelana offre rotte sicure e logistica a cartelli che riforniscono Europa e Stati Uniti, garantendo continuità a un business miliardario che finanzia anche gruppi armati. È la dimostrazione di come il confine tra regime politico e struttura criminale possa diventare indistinguibile.
Per l’America Latina, il rischio è duplice: da un lato, la normalizzazione del Venezuela come narco-Stato; dall’altro, l’inevitabile escalation di misure punitive che finiranno per colpire anche le popolazioni già stremate.
La scelta del Paraguay mette il Sud America davanti a una domanda cruciale: trattare Maduro come un attore politico con cui, in qualche modo, negoziare, oppure come un nemico sistemico da isolare e combattere? Entrambe le opzioni hanno costi altissimi. La prima rischia di legittimare un regime accusato di narcoterrorismo, la seconda di spingere il Paese verso un collasso irreversibile con ripercussioni regionali.
In ogni caso il Venezuela non è più solo un problema interno. È diventato l’epicentro di una battaglia continentale in cui criminalità organizzata, politica e geopolitica si intrecciano senza più confini.




