di C. Alessandro Mauceri –
Le autorità della Repubblica popolare cinese hanno deciso di imporre la censura e di rimuovere dal web il documentario “Under The Dome”, realizzato dalla giornalista Chai Jing. Il documentario racconta i gravi problemi derivanti dall’inquinamento nel Paese. Curiosamente solo pochi giorni prima il nuovo ministro dell’Ambiente, Chen Jining, aveva lodato “Under The Dome”, sottolineando che questo film “deve incoraggiare gli sforzi compiuti da cittadini per migliorare la qualità dell’aria”. Anche il premier cinese Li Keqiang ha definito l’inquinamento una piaga nella vita delle persone e promesso che il governo lo combatterà con tutte le forze
Poi, anche a causa della popolarità del lungometraggio, che ha ottenuto sui principali siti cinesi oltre 100 milioni di visualizzazioni in meno di 48 ore, l’atteggiamento del governo è cambiato. Il motivo di tanto successo e, al tempo stesso, di tanto timore da parte delle autorità, deriva dal fatto che il documentario è un’aperta denuncia dello stato dell’ambiente in Cina e delle leggi ambientali permissive adottate dello Stato. Ad esempio, viene denunciato l’utilizzo di carbone e petrolio di bassa qualità per favorire la produzione industriale risparmiando sui costi. In Cina a tutt’oggi manca uno standard nazionale che stabilisca la qualità minima che deve avere la benzina. Scelte che fanno salire il Pil ma che, come racconta Chen Jining, hanno costi sociali e sanitari che sono diventati insostenibili anche per la Cina.
La questione ambientale è uno dei principali temi in agenda al Congresso annuale dell’Assemblea nazionale del popolo a Pechino. Nei giorni scorsi si è tenuta la cerimonia inaugurale dell’appuntamento annuale del Parlamento cinese, nel corso della quale vengono presentate le proposte del Partito Comunista che vengono poi firmate per farle diventare legge. Anche il segretario generale del Partito Comunista Cinese, Xi Jinping, ha preso parte all’inaugurazione e ha presentato la sua nuova teoria politica: “I Quattro Comprensivi”. Ovvero: costruire una società moderatamente prospera (una giustificazione al calo della crescita del Pil, aumentato, lo scorso anno, “solo” del 7%), andare più a fondo con le riforme, governare il paese secondo la legge e rafforzare la disciplina all’interno del partito.
Questo spiega perché il governo, dopo aver ha promosso simili iniziative e lodato il lavoro di Chai Jing, che ha prodotto e pubblicato online a proprie spese il documentario, lo ha censurato dopo solo due giorni dalla pubblicazione in rete.
Con il proprio lavoro Chai Jing è riuscita a dimostrare due cose. Innanzitutto che in Cina l’ambiente non è tra le priorità del governo, anzi.
E poi, che la “comprensione” non fa parte del modo di far politica del governo: non a caso nell’ultimo rapporto (2015) di Reporters sans frontier sulla libertà di stampa, la Repubblica popolare cinese ha meritato la 176esima posizione (su 180 paesi).

