di Dario Rivolta * –

Quando i padri dell’Unione Europea firmarono, nel marzo 1957 il Trattato di Roma, le intenzioni condivise erano quelle di una collaborazione economica man mano così stretta che i Paesi membri sarebbero stati sempre più dipendenti l’uno dall’altro, fino a “obbligare” a un’omogeneizzazione politica. In altre parole, si voleva partire dall’economia per arrivare all’unità politica dell’Europa. Anche l’introduzione dell’euro quale moneta unica, si diceva, andava in quella direzione.

Purtroppo, complice anche la crisi economica mondiale, l’Europa di oggi è sempre meno una vera unità e sempre più un egoistico perseguimento di interessi nazionali che dimenticano, volutamente, la necessaria solidarietà dovuta tra una regione e l’altra dello stesso Stato.

L’atteggiamento della Germania innanzitutto ne è un evidente esempio. Guardiamo al caso Grecia: la Germania, prima dello scoppio di quella crisi, era, assieme alla Francia, il maggior creditore dello Stato ellenico. Aver guadagnato tempo prima di decidere se e come l’Europa dovesse intervenire in aiuto del Paese membro, ha consentito alle banche tedesche di sgravarsi (discretamente) di una parte del credito prima che venisse “ristrutturato”. Quando l’Europa, guidata da Berlino, ha finalmente deciso di metterci mano, seppur con condizioni soffocanti per i greci, l’onere da affrontare è stato diviso anche con Paesi che vantavano crediti molto meno significativi. Tra questi, l’Italia che ha oggi sulle proprie spalle ben 140 miliardi di euro, tra capitali e garanzie dati ad Atene, e cioè una cifra molto superiore a qualunque credito l’Italia avesse mai vantato all’inizio della crisi. Se oggi il governo Tzipras dovesse veramente cancellare i debiti in corso (cosa fortunatamente poco probabile), il nostro bilancio perderebbe quaranta miliardi e cioè poco meno di quanto dovrebbe pagare la Germania. Da parte nostra, quindi, il fattore solidarietà è stato applicato. Perché il Governo e i cittadini tedeschi insistono nel dire che non vogliono sobbarcarsi i debiti degli Stati (a loro dire) “cicala”? La Germania, principale oppositrice del piano di quantitative easing lanciato dalla Banca Centrale Europea, ne sarà anche il maggior beneficiario, un paradosso che secondo il “Wall Street Journal” prova ancora una volta le difficoltà e le sfide insite nella designazione di un sistema monetario unico per diciannove economie differenti.

Qualcuno dirà che, comunque, i tedeschi sono stati virtuosi e hanno saputo fare quelle riforme che nel Sud Europa sembrano ancora impossibili. La realtà è che le loro ristrutturazioni, buone o cattive che siano state, sono avvenute in anni “grassi” e un grande contributo all’assorbimento delle loro merci è derivato proprio dalla volontà di spesa che, in quegli anni, si sono permessi gli altri mercati dell’Europa. Non sarà che l’indebitamento altrui sia cresciuto anche grazie ai numerosi acquisti di prodotti tedeschi e ai crediti distribuiti dalle loro banche?

Ci si dice: l’austerità che ci impongono è nel nostro stesso interesse e risanare i conti è l’unico modo per superare la crisi. Sarà… ma dal 2007 al 2014 in Italia, Spagna, Irlanda, Francia, Portogallo e Grecia si sono persi sei milioni e 200 mila posti di lavoro e, nello stesso periodo, i tedeschi occupati sono aumentati di 2,2 milioni. In tutti questi anni le imprese del sud dell’Europa, se e quando hanno ricevuto crediti in euro dalle loro banche, hanno dovuto pagare interessi sempre superiori al 3 – 4% mentre i concorrenti d’oltralpe hanno invece avuto tassi sempre inferiori al 3%. Se fossero esistite diverse monete tra questi Paesi, sarebbe stato naturale che la valuta tedesca fosse rivalutata dai mercati (o le altre monete svalutate). Naturalmente, la moneta unica non l’ha permesso e il Centro studi Nomisma ha calcolato che, tra il 2000 e 2007 (cioè prima dell’inizio della crisi), il vantaggio competitivo accumulato dalle aziende tedesche rispetto agli altri concorrenti europei è stato del 15,8%. Non c’e’ da stupirsi allora che l’export tedesco sia cresciuto in maniera esponenziale verso tutta l’eurozona e il resto del mondo. E non è finita: l’indebolimento dell’euro che ha preceduto e seguito l’annuncio della BCE non potrà che beneficiare l’economia tedesca. I modelli teorici stimano che un calo del 10 per cento del cambio euro-dollaro si traduca in un incremento dello 0,3 per cento per l’economia dell’eurozona; il dato, però, cambia da Paese a Paese, e per la Germania l’incremento sarebbe di mezzo punto percentuale, più che per qualunque altro paese dell’euro. E’ quindi del tutto assurdo chiedere alla signora Merkel un po’ più di solidarietà europea?

Ma, a proposito di solidarietà (seppur meno “dovuta” perché solamente tra alleati e non tra “unificati”), come va con le sanzioni e le contro-sanzioni verso la Russia? Ebbene, il calcolo è stato fatto dal nostro ICE, che ha notato come le esportazioni italiane verso la Russia siano calate, nei primi nove mesi del 2014, del 6,84% e quelle tedesche dell’8,82%. I francesi, invece, anche a causa dell’alto valore delle due navi già costruite e, proprio a causa delle sanzioni non consegnate ai russi, hanno perso ben il 14,8%. Per questa consapevolezza i tre Paesi sono stati sempre i più riluttanti a seguire la logica delle sanzioni economiche. Ma qual’è l’impatto che riguarda due tra i più decisi sostenitori dello scontro e cioè Gran Bretagna e Stati Uniti? Quella che fu chiamata la “perfida Albione” ha perso solo lo 0,6% mentre gli Stati Uniti hanno addirittura aumentato le loro esportazioni verso la Russia del 22,98%. Certo si tratterà di prodotti non “sanzionati” ma, che questo risultato sia voluto da Washington o da una machiavellica Mosca, per gli europei nulla cambia. Per il sentimento di solidarietà tra alleati, probabilmente sì.

* Già deputato, è analista geopolitico ed esperto di relazioni e commercio internazionali