di C. Alessandro Mauceri –
Il 9 dicembre 2025, per la prima volta dal 1997, anno di avvio delle pubblicazioni, il Global Environment Outlook 7, il rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP), è stato diffuso senza una nota di presentazione condivisa. Gli Stati membri, profondamente divisi sul futuro dei combustibili fossili, non sono infatti riusciti a concordare il contenuto del “riassunto per i decisori”, la sintesi ufficiale approvata dai governi.
Difronte alla crescente minaccia del cambiamento climatico, sarebbe stato necessario un approccio integrato che coinvolgesse l’intera società e, in primis, le istituzioni. Al contrario, divergenze sostanziali hanno impedito di raggiungere un accordo finale.
Il rapporto UNEP, intitolato A Future We Choose (Il futuro che scegliamo), firmato da 287 scienziati di 82 Paesi, richiama l’urgenza di un cambio di rotta globale per garantire un pianeta sano e “prosperità per tutti”. Nel documento vengono descritti gli effetti ormai devastanti del cambiamento climatico: fenomeni sempre più frequenti, spesso definiti “emergenze”, ma che tendono a configurarsi come nuova normalità.
Come avvenuto negli ultimi anni, il cuore del problema non ruota intorno all’uomo e ai suoi diritti universali, tema quasi assente anche il 10 dicembre, Giornata Mondiale dei Diritti dell’Uomo, bensì attorno al denaro. Proprio per questo i ricercatori hanno analizzato il costo dell’inazione climatica. Secondo il rapporto, entro il 2050 il cambiamento climatico ridurrà del 4% il PIL globale annuo. Gli attuali modelli di “sviluppo” porteranno, secondo gli esperti, a cambiamenti climatici catastrofici, alla devastazione della natura e della biodiversità, alla degradazione dei suoli e alla desertificazione. Le conseguenze sociali sarebbero altrettanto drammatiche: milioni di morti e un aumento consistente delle migrazioni forzate. Gli autori parlano di un “inquinamento mortale persistente” con “costi enormi per le persone, il pianeta e l’economia”.
“Se scegliamo di restare sulla rotta attuale, cioè alimentando le nostre economie con combustibili fossili, estraendo risorse vergini, distruggendo la natura e inquinando l’ambiente, i danni si accumuleranno”, ha dichiarato la direttrice esecutiva dell’UNEP, Inger Andersen.
La soluzione proposta nel rapporto è chiara: adottare un nuovo approccio per “trasformare i sistemi economici e finanziari, quelli legati ai materiali e ai rifiuti, all’energia, al cibo e all’ambiente, sostenuti da cambiamenti comportamentali, sociali e culturali che includano il rispetto della Conoscenza Indigena e Locale”. Un percorso che richiederebbe ingenti investimenti iniziali, ma che, secondo gli autori, avrebbe un ritorno economico globale stimato in circa 20mila miliardi di dollari l’anno entro il 2050. A ciò si sommerebbero i benefici sociali: 200 milioni di persone potrebbero uscire dalla povertà estrema e 300 milioni avrebbero accesso a fonti idriche gestite in sicurezza, un chiaro riferimento al problema WASP denunciato da anni dalle Nazioni Unite.
Questo “nuovo percorso” richiede anche di “andare oltre il PIL come misura del benessere economico”, come ha sottolineato Andersen. Da tempo, infatti, è evidente che il PIL non rappresenta adeguatamente il benessere di una società. Anche in Italia, da oltre un decennio, si affianca al PIL il BES, l’indicatore del Benessere Equo e Sostenibile. Eppure, a livello globale, il PIL resta lo strumento più utilizzato per analizzare e programmare le politiche economiche.
Diventa sempre più urgente adottare indicatori inclusivi, capaci di misurare anche il capitale umano e naturale, fondamentali per guidare scelte economiche, industriali e ambientali. Una transizione ecologica credibile deve basarsi su modelli di economia circolare in grado di “ridurre l’impronta materiale” e accompagnarsi a una rapida decarbonizzazione del sistema energetico, con l’uscita dai combustibili fossili, obiettivo tutt’altro che semplice. Basta ricordare l’esito della COP30 di poche settimane fa, dove i cosiddetti “petro-Stati” hanno bloccato l’inserimento nel documento finale di una tabella di marcia per la loro eliminazione. Anche la Commissione Europea, pur capace di allocare centinaia di miliardi per armi e armamenti, ha più volte ridimensionato i propri programmi ambientali.
Una minima parte delle somme destinate agli strumenti di guerra basterebbe per affrontare molti dei problemi legati alla sostenibilità, concetto definito già negli anni Ottanta dalla Commissione Brundtland, e allo sviluppo equo. Ma questi obiettivi non sono, e forse non sono mai stati, universalmente condivisi.
Con l’ultimo rapporto UNEP, gli scienziati hanno invitato tutti i governi a “riconoscere l’urgenza delle crisi ambientali globali e a costruire sui progressi compiuti negli ultimi decenni”, implementando “politiche e azioni integrate per garantire un futuro migliore per tutti”. La decisione di pubblicare il documento senza la firma congiunta di tutti i Paesi dimostra che questo obiettivo non è condiviso, soprattutto da chi continua a privilegiare l’investimento in strumenti di distruzione rispetto alla tutela del pianeta e delle generazioni future.












