di Giuseppe Gagliano –

Con una sentenza che scuote ancora una volta le fondamenta della politica peruviana, la Corte superiore nazionale ha inflitto una condanna esemplare: 15 anni di carcere all’ex presidente Ollanta Humala e alla moglie Nadine Heredia. Il capo d’accusa è quello che, ormai, segna da anni la traiettoria di molti leader latinoamericani: riciclaggio di denaro aggravato. In questo caso, però, l’accusa è particolarmente pesante perché punta il dito su due poteri esterni — Odebrecht e il chavismo venezuelano — che avrebbero pesantemente finanziato le campagne elettorali di Humala nel 2006 e nel 2011.

Il verdetto, letto in un’aula di Lima il 15 aprile, è immediatamente esecutivo. Humala è già stato trasferito nel carcere di Barbadillo, lo stesso che ospita altri due ex presidenti caduti in disgrazia: Alejandro Toledo e Pedro Castillo. La moglie, assente per motivi di salute, ha invece cercato rifugio presso l’ambasciata brasiliana, ottenendo l’asilo per sé e per il figlio minorenne con la benedizione diplomatica del governo Lula.

Il dispositivo giudiziario parla chiaro: oltre alla pena detentiva, i coniugi dovranno pagare un risarcimento civile di 10 milioni di soles (circa 2,7 milioni di dollari), mentre al Partito Nazionalista, la creatura politica di Humala, è stata imposta una multa salata e il divieto di esistere come entità giuridica. A cadere è anche la società Todo Graph, accusata di essere una scatola vuota usata per far transitare fondi illeciti.

Ciò che ha fatto vacillare la difesa è stata una montagna di testimonianze. Ben 112 presunti donatori, divisi tra le due campagne, hanno negato di aver mai contribuito, con molti che hanno dichiarato di non avere nemmeno i mezzi per sfamarsi, figurarsi per elargire oltre 10mila soles. Una farsa contabile, insomma, pensata per mascherare l’afflusso di denaro sporco.

La condanna ha travolto anche Ilan Heredia, fratello di Nadine, regista finanziario della macchina di riciclaggio: per lui, la Corte ha deciso 12 anni di carcere. Insieme ai congiunti, aveva costruito una rete opaca di conti offshore, strutture fittizie e passaggi segreti di fondi.

Questa sentenza chiude un cerchio amaro: in Perù, nessun presidente ha concluso il mandato senza inciampare in uno scandalo. Humala, ex ufficiale che aveva promesso di rompere con l’establishment, si era progressivamente adattato al sistema, abbandonando ogni velleità di riforma. E proprio quel sistema, ora, lo ha divorato.

Con la decisione brasiliana di concedere l’asilo a Nadine Heredia, si apre un nuovo fronte diplomatico. Il Perù ha acconsentito al salvacondotto richiesto da Brasilia in base alla Convenzione del 1954 sull’asilo diplomatico. Una clausola di cortesia diplomatica che, però, potrebbe rinfocolare il dibattito sulle immunità e sulle protezioni concesse ai potenti caduti in disgrazia.

Ollanta Humala non è solo un nome in un registro giudiziario. È l’ultimo simbolo di una stagione latinoamericana segnata dalla commistione tossica tra politica, multinazionali e influenze ideologiche esterne. Una lezione che, ancora oggi, il continente sembra faticare ad apprendere