di Guido Keller –
Si è conclusa con un poco di fatto la 20ma Conferenza internazionale sul Clima, che ha visto i rappresentanti di 195 paesi riuniti a Lima, in Perù, per discutere delle misure volte abbattere i tassi di anidride carbonica prodotta dalle attività dell’uomo e quindi ad abbassare di due gradi la temperatura del pianeta.
L’incontro doveva servire a preparare un protocollo condiviso da portare alla conferenza di Parigi del prossimo anno, ma ancora una volta sono emerse le difficoltà di sempre rappresentate dalle responsabilità finanziarie di cui si dovrà fare carico ogni paese e che dovrebbero alimentare il Green Climate Fund, il fondo internazionale per il clima, con i 100 miliardi di dollari necessari ad avviare l’adeguamento delle grandi industrie inquinanti e quindi a ridurre l’effetto serra a partire dal 2020.
Succede in pratica che i paesi in via di sviluppo non intendano pagare la loro parte in quanto ritengono le il fondo debba essere costituito interamente dai paesi più sviluppati, ovvero da quelli che oggi inquinano di più. Da canto loro i paesi ricchi insistono nel respingere una tale impostazione, poiché già oggi si attengono ai protocolli previsti dagli accordi Usa – Cina o da quelli in vigore nell’Unione Europea.
Altro elemento di discussione è stato come destinare i 10 miliardi di dollari raccolti già ora nel Green Climate Fund.
Dopo due settimane di incontri e di riunioni estenuanti la mediazione intentata dal presidente della Conferenza, il ministro dell’Ambiente peruviano Miguel Pulgar Vidal, e dai suoi incaricati, il rappresentante britannico David King e il ministro dell’Ambiente sudafricano Edna Molewa, ha permesso di sfornare un “documentino” di massima, tuttavia molto al di sotto delle aspettative. Esso prevede che i vari paesi arrivino al 1. ottobre 2015 con impegni “quantificabili” ed “equi” di riduzione delle emissioni, oltre ad una dettagliata informazione sulle azioni da seguire. Il progetto di ogni paese sarà quindi esaminato da esperti, che ne valuteranno l’efficacia.
Come se non bastasse il ministro peruviano della Cultura, Diana Alvarez, ha denunciato all’Unesco i “gravi danni” causati da militanti di Greenpeace nel sito delle Linee di Nazca, la serie di antichissimi disegni tracciati sulla terra che si trovano fra le città di Nazca e Palpa, nel sud del paese, e che sono stati dichiarate Patrimonio dell’Umanità.

