Perù. Ballottaggio presidenziali: la frattura di un Paese alla ricerca di una propria identità

Testa a testa rea Roberto Sanchez e Keiko Fujimori a spoglio quasi concluso.

di Mauro Morbello * –

Il ballottaggio per l’elezione del presidente della Repubblica, che si è svolto domenica 7 giugno in Perù ha visto confrontarsi due realtà opposte dello stesso Paese. Da un lato, Keiko Fujimori, espressione dell’opzione conservatrice, al quarto tentativo consecutivo di arrivare al governo, sostenuta soprattutto dalle classi più abbienti e dai settori urbani della classe media che hanno tratto beneficio dall’attuale assetto politico ed economico neoliberista. Dall’altro Roberto Sánchez, candidato della sinistra ed espressione dell’elettorato del Perù rurale, in particolare andino, radicato in territori e comunità rimasti storicamente ai margini dell’integrazione economica e della rappresentanza politica. La frattura tra questi due Perù è emersa in modo evidente dalla distribuzione territoriale del voto: Sánchez ha vinto in 15 delle 26 circoscrizioni regionali, soprattutto quelle a maggioranza rurale, raggiungendo nelle aree andine punte superiori al 75%, mentre Fujimori ha trovato il proprio principale bacino elettorale nelle regioni più urbanizzate della costa, superando il 60% a Lima. I risultati ufficiali definitivi del ballottaggio saranno proclamati dal Tribunale elettorale peruviano solo la prima settimana di luglio, dopo la conclusione delle verifiche sui verbali elettorali contestati e dei ricorsi presentati dalle organizzazioni politiche. Il conteggio rapido, basato su un campione rappresentativo delle sezioni scrutinate, attribuisce però al candidato della sinistra Roberto Sánchez un vantaggio, pur se minimo, pari allo 0,6% rispetto a Keiko Fujimori.
Il risultato provvisorio oggi disponibile riproduce, quasi specularmente, lo scenario già visto nelle elezioni del 2021, quando Pedro Castillo, allora candidato della sinistra e sostenuto maggioritariamente da una base elettorale rurale andina e indigena simile a quella su cui oggi conta Sánchez, superò Keiko Fujimori di 0,4 punti percentuali nel conteggio rapido, prima di essere proclamato ufficialmente vincitore con uno scarto finale di appena 0,26 punti percentuali. Dopo una serie interminabile di impugnazioni Keiko Fujimori finì per riconoscere la sconfitta, ma il conflitto politico era ormai aperto. Castillo aveva vinto la battaglia elettorale, eppure il suo destino appariva segnato fin dal giorno dell’insediamento, il 28 luglio 2021. La presidenza, prevista per cinque anni, sarebbe durata solo poco più di sedici mesi. Nel breve periodo in cui rimase al potere, dovette confrontarsi con un Parlamento dominato dal blocco conservatore, all’interno del quale il fujimorismo svolse un ruolo centrale nel progressivo logoramento dell’esecutivo bloccando permanentemente qualsiasi tipo di iniziativa.
Censure, dimissioni forzate, accuse di corruzione e crisi politiche ricorrenti alimentarono un’instabilità permanente, costringendo Castillo a sostituire ben settantotto ministri in meno di un anno e mezzo. Nello stesso periodo, il Parlamento promosse contro di lui tre richieste di destituzione per presunta “incapacità morale” a esercitare la funzione presidenziale. Superò i primi due tentativi, ma il terzo segnò l’epilogo della sua effimera esperienza di governo. Il 7 dicembre 2022, proprio nel giorno in cui il Parlamento avrebbe dovuto discutere una nuova richiesta di destituzione, con elevate probabilità di approvazione, Castillo annunciò lo scioglimento del Congresso e la formazione di un governo d’eccezione. Il tentativo fallì nel giro di poche ore. Il Congresso lo destituì e fu arrestato con le accuse di ribellione e cospirazione, ricevendo successivamente una condanna a 11 anni di carcere.
L’assedio istituzionale al governo Castillo fu possibile perché, in Perù, il fujimorismo non rappresenta soltanto un partito, ma un blocco politico e sociale orientato alla difesa degli equilibri esistenti. Nato dall’eredità autoritaria e neoliberista del governo di Alberto Fujimori, padre di Keiko e presidente del Paese tra il 1990 e il 2000, rappresenta un modello politico che combina la promozione di un ordine fondato su liberalizzazione economica, concezione autoritaria della sicurezza e tutela degli interessi delle élite urbane, imprenditoriali e conservatrici. La sua forza risiede nella capacità di raccogliere interessi diversi, accomunati dalla difesa dello stesso ordine politico ed economico. Attorno al fujimorismo si sono così aggregati settori delle élite imprenditoriali favorevoli alla continuità del modello neoliberista, apparati conservatori dello Stato, ambienti influenti del conservatorismo religioso cattolico ed evangelico, segmenti della destra più dura e una parte consistente dell’elettorato, soprattutto urbano, che associa il nome Fujimori all’idea di ordine, sicurezza e stabilità. Pur senza tornare alla guida del governo nazionale dal 2000, il fujimorismo ha mantenuto una forte capacità di condizionamento attraverso una presenza rilevante nel Parlamento peruviano. La stabilità del suo bacino elettorale, il radicamento nelle istituzioni e le alleanze con altre forze conservatrici gli hanno consentito di agire come principale forza di veto contro riforme sociali, costituzionali e redistributive percepite come una minaccia agli assetti di potere consolidati.
In questo contesto, in cui la forza parlamentare ancora rilevante del fujimorismo converge con altri settori conservatori, una possibile e, a mio avviso, probabile vittoria della sinistra al ballottaggio presidenziale, con la conseguente formazione di un governo guidato da Roberto Sánchez, rischierebbe seriamente di riattivare il meccanismo di pressione istituzionale che contribuì alla crisi e alla caduta del governo Castillo, prolungando ulteriormente l’instabilità politica che da anni attraversa il Perù. La differenza rispetto al passato è che oggi, nel Perù rurale e andino, soprattutto nei territori a maggioranza quechua e aymara, il malessere sociale appare molto più vicino a un punto di rottura. Se contro un eventuale governo Sánchez si riattivasse lo stesso assedio istituzionale già sperimentato contro l’ex presidente Castillo, il rischio di un’ampia sollevazione popolare sarebbe concreto. È uno scenario che mi auguro di cuore il Perù riesca a evitare. Per farlo, però, non basterà invocare il dialogo in modo astratto. Sarà necessario riconoscere piena dignità politica, diritti e rappresentanza alle componenti sociali e territoriali rimaste storicamente escluse. Solo su questa base il Paese potrà davvero ricomporre le proprie fratture e ritrovare un’identità comune.

* Dopo oltre trent’anni di attività come cooperante e funzionario internazionale, oggi si dedica all’analisi e alla divulgazione di temi internazionali e geopolitici, con particolare attenzione all’America Latina e alle sue dinamiche sociali, economiche e politiche. È autore del libro Il cammino di un cooperante, una autobiografia nel quale ricostruisce le esperienze di vita e di lavoro maturate in diversi Paesi tra Africa e America Latina.