di Giuseppe Gagliano –
Il nuovo governo di Keiko Fujimori si prepara a fare del rilancio del settore minerario uno dei pilastri della crescita economica del Perù, ma l’ambizioso piano da 64 miliardi di dollari rischia di scontrarsi con una realtà segnata da profonde tensioni sociali nelle regioni più povere del Paese, dove si concentrano i principali giacimenti di rame.
Fujimori, che entrerà in carica il 28 luglio, ha annunciato l’accelerazione dei grandi progetti estrattivi, la semplificazione delle autorizzazioni e incentivi fiscali per gli investitori. Il Perù, terzo produttore mondiale di rame, ricava dal comparto minerario oltre il 60 per cento delle proprie esportazioni, ma gran parte delle risorse si trova in aree rurali che da anni denunciano scarsi benefici economici, problemi ambientali e carenze nei servizi pubblici.
Secondo il Difensore civico, nel Paese sono aperti quasi duecento conflitti sociali, dei quali 64 legati all’attività mineraria. Progetti strategici come Tía María e Río Blanco continuano a incontrare una forte opposizione da parte delle comunità locali, che contestano un modello di sviluppo nel quale i profitti vengono redistribuiti soprattutto verso Lima o all’estero, mentre sui territori restano i costi sociali e ambientali.
La presidente eletta ha promesso di destinare il 40 per cento delle entrate minerarie alle popolazioni locali, ma restano da chiarire i meccanismi di distribuzione delle risorse e le garanzie contro corruzione e inefficienze amministrative.
Il rilancio dell’industria estrattiva assume anche una rilevanza geopolitica. Il rame è ormai una materia prima strategica per la transizione energetica, le telecomunicazioni, l’industria automobilistica e la difesa. Stati Uniti, Cina ed Europa competono per assicurarsi forniture stabili, mentre Pechino rafforza la propria presenza nel settore attraverso aziende come Zijin, impegnata nel progetto Río Blanco. Per Lima ciò rappresenta un’opportunità per attrarre capitali, ma anche il rischio di diventare terreno di competizione tra grandi potenze.
Sul piano economico il quadro resta favorevole, con una crescita prevista del 3,4 per cento nel 2026. Tuttavia l’aumento della spesa pubblica approvato dal Congresso e la persistente dipendenza dalle esportazioni di materie prime espongono il Paese a possibili squilibri finanziari, soprattutto in caso di rallentamento dell’economia cinese o di un calo delle quotazioni del rame.
A rendere ancora più complessa la situazione contribuisce la minaccia del fenomeno climatico El Niño. Il governo ha dichiarato lo stato di emergenza in quasi il 40 per cento dei distretti per il rischio di alluvioni e danni alle infrastrutture, con perdite economiche stimate in circa 4,7 miliardi di dollari tra il 2026 e il 2027.
Per il nuovo esecutivo la sfida sarà quindi conciliare sviluppo economico, consenso sociale e stabilità finanziaria. Senza una redistribuzione credibile dei benefici dell’attività mineraria e un maggiore coinvolgimento delle comunità locali, il rilancio del settore rischia infatti di alimentare nuove proteste invece di trasformare la ricchezza del sottosuolo in un fattore di sviluppo duraturo.












