di C. Alessandro Mauceri –

Mentre Italia e Francia (e con loro molti altri Paesi europei che cercano di sfuggire alla spada di Damocle del “3%”) fanno carte false per far crescere di qualche decimo di punto percentuale il proprio Prodotto interno lordo, c’è chi questo problema pare non averlo affatto.

Oggi è stata resa nota la notizia che la Cina è diventata ufficialmente il Paese con il PilL reale più elevato, scavalcando senza indugi gli Usa. Che sarebbe successo era ormai certo, ma non erano in molti a pensare che i Paesi asiatici sarebbero riusciti a colmare il gap che li separava dai Paesi occidentali con questa velocità. “Paesi” e non “Paese”. Sì, perché la performance della Cina è stata seguita da quella di un altro Paese asiatico: l’India. L’India, con un balzo anche questo sorprendente, ha superato Germania e Giappone e ha preso possesso del terzo posto nella top ten dei Paesi con il maggior Pil reale.

Due risultati simili che hanno un significato enorme (e quasi certamente anche conseguenze politiche) nel prossimo futuro. Sono, infatti, la prova concreta, se mai ce ne fosse stato bisogno, che l’economia globale si è spostata da occidente verso oriente. Per anni, a guidare il carro sono stati gli Stati Uniti d’America accompagnati dagli alleati europei. Ciò ha permesso agli USA di avere un peso decisivo su tutte le scelte di politica internazionale. Ora è evidente che gli equilibri si sono spostati a est. Cina, India e Giappone hanno raggiunto dimensioni economiche (perchè questo è, prima di ogni altra cosa, il Pil, è bene non dimenticarlo) tali da non essere più costrette a sottostare alle pressioni politiche dei Paesi occidentali.

I primi segnali si erano già avuti molti mesi fa. La Cina, proprio per non essere costretta a sottomettersi finanziariamente alle indicazioni delle maggiori agenzie di rating (tutte americane), aveva creato una propria agenzia. Non passò molto tempo che venne comunicata la decisione di Russia e Cina di stimare il prezzo del petrolio non più in dollari americani. “I pagamenti in rubli e yuan sono molto promettenti – ha affermato Putin a Pechino il 10 novembre in occasione del 22mo vertice dei Paesi dell’Apec (Asia-Pacifico) -. Il passaggio a un lavoro del genere su larga scala significa che l’impatto del dollaro sul settore energetico mondiale sarà oggettivamente diminuito, e questo non sarà un male per l’economia globale e per il mondo della finanza e dei mercati mondiali dell’energia. La scelta che abbiamo deciso di prendere contribuirà a espandere le nostre capacità nei mercati finanziari ed energetici mondiali, gli scambi reciproci e la nostra influenza”. Una decisione che a breve potrebbe essere presa anche dagli altri Paesi Brics. Intanto proprio il Brasile ha sottoscritto un accordo con l’Uruguay che prevede l’utilizzo delle valute nazionali nel commercio bilaterale bypassando così il dollaro Usa.

E mentre in Europa si litiga su quali debbano essere le punizioni (perché, alla fine, di questo si tratta dato che le conseguenze economiche saranno certamente peggiorative della situazione attuale) per i Paesi che supereranno il fatidico 3% nel rapporto deficit/Pil, nel mondo gli equilibri stanno cambiando. Con gli Usa e molti dei Paesi a piangere per i postumi di una crisi da loro stessa cercata, e altri che hanno trovato il tempo e la voglia di fare le scelte giuste.

Fino a non molto tempo fa si parlava di Paesi sviluppati, Paesi in via di sviluppo e Paesi sottosviluppati. Così mentre i grandi economisti occidentali, molti dei quali distratti da impegni politici, erano impegnati a trovare nuovi sistemi alternativi per far aumentare il Pil “potenziale” (quello basato su previsioni di recupero fiscale, di consumi di stupefacenti e sulla prostituzione, per intendersi), altri si sono concentrati sulla crescita del Pil “reale” e grazie a scelte adeguate nei settori produttivi hanno portato i propri Paesi da essere considerati “in via di sviluppo” (come India e Cina) ad essere i Paesi con il Pil più alto.

E gli altri? Proprio in questi giorni gli economisti stanno studiando un nuovo fenomeno: il ritorno di alcuni Paesi da “sviluppati” a “in via di sviluppo” o a “sottosviluppati”. Quale sarà il destino dell’Italia dopo l’ultimo declassamento da parte delle agenzie di rating, in BBB-?