di C. Alessandro Mauceri –
Chi pensava che ad essere in crisi fosse solo la Grecia, si sbagliava. Ci sono Paesi che, grazie agli aiuti finanziari ricevuti da alcuni (sempre gli stessi) organismi internazionali e alla scelta di cedere parte della propria sovranità nazionale, versano in condizioni ancora peggiori.
Uno di questi è il Portorico. A dare la notizia è stato il governatore Alejandro García Padilla, il quale aveva chiesto aiuto per tirare l’isola fuori dalla “spirale della morte” in cui è rimasta incastrata. “Non ci sono altre opzioni. Mi piacerebbe avere una soluzione più facile. Questa non è politica, è matematica”, ha detto Padilla in riferimento a un intervento sull’esposizione.
Il 31 luglio scorso il governo guidato da Alejandro Garcia Padilla era riuscito a ripagare i 169 milioni di dollari di debito verso la Government Development Bank. Ma, come ha riferito il portavoce del governo, Victor Suarez, Portorico non è in condizioni di trovare i fondi necessari per ulteriori tranche di pagamenti. Per questo, l’isola dei Caraibi non è stata in grado di pagare entro la scadenza del primo agosto la rata di 58 milioni di dollari, nei confronti della Public Finance Corporation.
Secondo quanto riportato da alcuni tecnici dell’agenzia di rating Moody’s, come Emily Raimes, il paese è ormai ufficialmente in default e questo nonostante il governo portoricano abbia già istituito un gruppo di lavoro con l’obiettivo di ristrutturare il proprio debito e la propria economia. I creditori, ha rilanciato Padilla, devono “condividere i sacrifici” imposti all’isola, sottolineando che è necessario “prendere decisioni difficili per affrontare le sfide che abbiamo davanti”. Di tutt’altra opinione la Casa Bianca che attraverso il portavoce Josh Earnast ha comunicato che “nessun salvataggio federale” è previsto per Portorico.
Qualunque sia la soluzione proposta, infatti, il debito pubblico di Portorico ha raggiunto cifre astronomiche: a giugno ammontava a 72 miliardi di dollari, poco meno del sessanta per cento del Pil (sarebbe il paese americano più indebitato in assoluto).
Il tutto è reso ancora più difficile dal fatto che l’isola è un territorio statunitense, ma non è né uno Stato né una città. Oggi Portorico è in bilico tra il suo attuale stato di membro del Commonwealth e la possibilità di diventare uno stato federato statunitense: a seguito di un referendum popolare, con il 61,15% delle preferenze favorevoli, gli abitanti del luogo hanno scelto di divenire uno stato federato degli Stati Uniti d’America e, per questo, è stato avviato l’iter legislativo che dovrebbe trasformare l’isola nel 51esimo stato degli USA.
Un rapporto redatto da un’apposita task force della Casa Bianca indica che Porto Rico è un territorio soggetto ai pieni poteri del Congresso statunitense con facoltà di dotarsi di una propria Costituzione interna per la mera amministrazione degli affari locali. Gli abitanti di Porto Rico posseggono la cittadinanza statunitense dal 1917. Tuttavia, poiché nei territori d’oltremare non si svolgono elezioni presidenziali, i residenti di Porto Rico non votano per eleggere il presidente degli Stati Uniti d’America. Il presidente del Paese è Barak Obama.
Tuttavia l’iter non si è mai concluso. Quindi, di fatto, Portorico non può ricevere aiuti alla bancarotta assistita (secondo il Chapter 9). Ma per contro, non essendo neanche uno Stato sovrano, non può neppure chiedere aiuto o prestiti al Fondo Monetario Internazionale.
Quello di Portorico, però, potrebbe non essere un caso isolato. Emily Raimes, vice direttore generale presso Moody’s Investors Service, ha detto: “Questo è il primo in quelli che credo saranno default più ampi sul debito del Commonwealth”.
Dello stesso tono la nota di Standard & Poor’s che prevede che ci saranno altri default nei prossimi mesi.
Nella foto: il governatore Alejandro García Padilla.

