di Dario Rivolta * –
Capita, a volte, di procurarci un nuovo libro o un documento e poi metterlo da parte ripromettendoci, per mancanza di tempo, per pigrizia o altro, di leggerlo in un secondo momento. E’ esattamente quello che è successo anche a me con il testo del discorso che Putin ha tenuto a Sochi il 24 ottobre scorso, all’incontro del “Club di discussione internazionale Valdai”.
Dopo averlo letto, mi viene da chiedermi come mai la nostra stampa e i commentatori di politica internazionale vi abbiano dato così poco rilievo, nonostante i contenuti fossero politicamente tutt’altro che scontati e le parole usate siano state franche, nette e particolarmente preoccupate per la situazione mondiale. Putin descrive con lucidità l’attuale situazione di tensioni internazionali e, prevenendo dubbi e domande, dice esplicitamente quale sia la posizione della Russia, la argomenta e propone cosa fare per cercar di superare gli attuali conflitti.
Il suo discorso comincia subito con la constatazione che la fine della guerra fredda e la scomparsa dell’equilibrio tra le due superpotenze ha creato una nuova situazione e si domanda se sia meglio vivere in un mondo con nuove regole o “giocare” senza regole. La risposta, retorica, è ovvia: un mondo senza regole è destinato a cadere nell’anarchia, ma le nuove regole non possono non tener conto che ogni Paese ha sì diritto a perseguire il proprio interesse nazionale, purché lo faccia con il rispetto delle esigenze altrui e attraverso il dialogo e non la forza bruta.
Fin qui niente di nuovo o di sconvolgente, ma Putin, pur attento nel definire europei e Stati Uniti “come amici e colleghi” , comincia poi ad analizzare il comportamento degli americani. Questi, comprensibilmente autopercepitisi come gli unici vincitori della guerra fredda, sono diventati sempre più spregiudicati nel voler imporre ovunque solamente il proprio interesse e tuttavia, dato questo obiettivo, hanno ottenuto risultati esattamente opposti. Il doppio standard nel giudicare le differenti situazioni, le interpretazioni arbitrarie dei fatti, la frequente intromissione nella politica interna di altri Stati e un massivo uso di propaganda mediatica, ha rimpiazzato ciò che avrebbe potuto essere la valorizzazione del diritto internazionale e si è, alla fine, ritorto conto gli stessi artefici.
E’ stato il caso dell’aiuto agli estremisti islamici in Afghanistan per combattere l’Unione Sovietica, gli stessi estremisti poi trasformatisi nei talebani e in al-Qaeda. Dopo l’11 Settembre, nonostante l’immediata disponibilità russa a combattere insieme il terrorismo su scala globale, gli Usa, dopo l’Afghanistan, hanno invaso unilateralmente l’Iraq commettendo il maggiore dei gravi errori commessi e cioè quello di credere di poter ricostruire quel Paese a propria immagine e somiglianza senza tener conto delle peculiarità storiche e culturali locali. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Non paghi, hanno spinto la Libia nella stessa situazione portando quel territorio, con l’illusione della democrazia, a diventare un non-Stato ed essere terreno di coltura per nuovi gruppi terroristici. Solo la determinazione dei militari egiziani ha impedito che la stessa cosa si ripetesse in Egitto. Anche in Siria i gruppi ribelli contro al-Assad sono stati ampiamente finanziati ed armati fino a diventare, alcuni di loro, totalmente autocefali ed a ribellarsi alla stessa mano che li aveva nutriti.
Tutto questo, continua Putin, è la dimostrazione che il mondo unipolare è ingestibile perfino per chi se ne è proclamato leader. Ma è, soprattutto, la conseguenza di voler affermare i propri interessi costruendo con altri Paesi soltanto coalizioni “contro” e non invece “per”, ricercando soluzioni in comune. Scomparso il “nemico” Urss, l’elite americana di turno ha sempre voluto inventarsi nuovi “Stati canaglia”, di volta a volta identificati con l’Iran, con la Cina e, oggi, con la Russia. Non è un caso se, spaventati da una esagerata e non lungimirante volontà egemonica, siano sempre più gli Stati nel mondo che hanno cominciato a considerare nuove strade per emanciparsi, tra l’altro, dal predominio del dollaro. Il benessere americano si basa in gran parte sulla fiducia degli investitori stranieri nella valuta Usa e il possibile ricorso a soluzioni monetarie alternative non può che intaccare il cuore della possente economia di oltreoceano. “Io penso che i nostri amici americani stiano piuttosto semplicemente tagliando il ramo su cui sono seduti” ha affermato Putin .
Naturalmente, il discorso, che non manca di toccare la questione Ucraina, ricorda anche come pericolosa sia la decisione americana di ritirarsi unilateralmente dal trattato sui missili balistici nel 2002. Così come non rinuncia a citare qualche “rivoluzione colorata” costruita per perseguire interessi del tutto particolari e che, avendo innescato conflitti etnici, religiosi e sociali, è poi diventata incontrollabile, esattamente come “il genio uscito dalla bottiglia” .
Al di là della critica, difficilmente contestabile, quello che ci sembra più importante nelle parole del leader del Cremlino è la sua “pars construens” e cioè la dichiarata volontà di trovare una via d’uscita a queste contrapposizioni recuperando la volontà di collaborazione tra le nazioni e tra le società per cercare risposte collettive in una gestione il più possibile comune delle crisi. Le sue parole pongono un accento particolare sulla necessità di ritornare a basarsi sul diritto internazionale centrato su principi morali quali la giustizia, l’eguaglianza e la verità.
Putin, rispondendo alla domanda di un giornalista, afferma anche che la Russia non ha alcun desiderio di egemonia mondiale, che nemmeno è sfiorata da una volontà di imperio e che l’unico desiderio di Mosca è quello che tutti gli Stati tengano conto dei cambiamenti economici e sociali avvenuti nel mondo, in particolare in Asia, e che, solo attraverso il dialogo, si possano vincere le sfide mondiali che abbiamo di fronte a noi: “Noi non abbiamo bisogno di essere una superpotenza, sarebbe solamente un peso extra per noi (…) la nostra taiga è immensa, illimitata, e proprio per lo sviluppo dei nostri territori abbiamo bisogno di tutto il nostro tempo, energia e risorse. Noi non abbiamo alcun bisogno di essere implicati in altre cose. (…) Se c’è un’area in cui la Russia potrebbe essere un leader, è nell’affermare le norme del diritto internazionale”.
E’ ovvio che, indirizzandosi ad un vasto pubblico internazionale ogni leader cerchi di dare il meglio di sé e di presentarsi come portatore di pace e non di conflitti. E qualcuno potrà pensare che Putin possa aver volutamente enfatizzato questo aspetto.
Tuttavia, che si voglia o meno credere alla totale sincerità delle sue dichiarazioni, il problema che pone, quello del fallimento di un mondo unipolare, è sotto gli occhi di tutti. Dalla caduta dell’Urss ad oggi i conflitti locali sono aumentati e con essi gli estremismi religioni e nazionalistici. Mai come ora abbiamo percepito come possibile il rischio di un nuovo grande conflitto e, questa volta, la presenza in troppe mani di armi atomiche non può certo rassicurarci.
Se vogliamo tornare a confidare in un mondo più pacifico, o almeno meno pericoloso, occorre prendere nota, come giustamente dice Putin, che diversi e nuovi soggetti si sono affacciati alla ribalta e che, per evitare il cozzare cruento di tutti i nuovi e vecchi interessi è necessario ripensare alla necessità di stabilire insieme le regole della convivenza. Ma questo potrà avvenire solo se nessuno vorrà essere l’unico padrone del mondo con il diritto di decidere per e su tutti gli altri e accetterà invece di considerare prioritari il rispetto dei diritti e delle esigenze di ciascuno.
* Già deputato, è analista geopolitico ed esperto di relazioni e commercio internazionali.

